Shaone, il rap dell'astronauta

Shaone con Dj Simi
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di Federico Vacalebre

Padrino del rap newpolitano e italiano - ha iniziato nel 1980 passando dal writing alla breakdance prima di rappare con La Famiglia - Shaone ha mostrato la curiosità del suo flow verace già nelle collaborazioni con Roberto De Simone e Daniele Sepe, ma stavolta azzarda un concept album, raccontando in «Over», in uscita mercoledì con l’etichetta MrFew, la storia di un astronauta, con i cui occhi vede storie che diventano canzoni.
L’astronauta non è, per te, un eroe dei tempi moderni, una finestra aperta sul futuro.
«A me ricorda un eremita per caso, per errore. Come in “2001: odissea nello spazio”, l’uomo dei nostri tempi mi sembra cercare fuori di sé risposte che non servono, senza accorgersi delle domande che il suo mondo detterebbe. Quello che viviamo è tutto così distante dalla dimensione umana che il mondo ci appare irreale».
Virtuale? Da «Fiction», per dirla con uno dei tuoi titoli?
«Direi di sì, siamo automi, pedine, schiavi di un’avanzata tecnologica che ci trasforma in antenne condannate all’inquinamento elettromagnetico».
Ma che c’entra l’astronauta - peraltro protagonista dei primi due video tratti dal disco, «Strummolo» e «Rareca» - come di quelli che verranno, con i gemiti lascivi di «’Na bott’»?
«L’astronauta guarda e racconta, non sa se realtà o allucinazioni. L’orgasmo femminile raggiunto nel pezzo è la migliore delle realtà possibili: la botta del titolo prima è quella di una pistola, poi diventa l’apice del piacere: la vita contro la morte».
Il tuo rap è verace e colto, non stereotipato, si stende sui suoni elettronici tessuti dal vecchio compagno di hip hop Simone Cavagnuolo.
«Questo è il mio secondo album solista, ma avremmo potuto anche attribuirlo a tutti e due. Dj Simi ha buttato giù basi moderne: in giro c’è chi si ispira al sound di “41° parallelo”, l’esordio con La Famiglia, ma io c’ero, quello l’ho già fatto. Cerco altre forme di contemporaneità, evitando la trap: non fa per me».
«Over», ma anche «ovèr» nel doppio significato inglese e napoletano: la «fine dei giochi» che ci porta «veramente» oltre?
«Come un sottofondo per chi tocca il fondo, come un gioco di parole per chi non ha più parole».
Ospiti?
«Amici, complici, compagni: Kapafreska, Capeccapa, Kayaman, Roberta Bianco».
E poi la bombastica Shona di «Puoi», per ricordare con Shakespeare che «siamo fatti della sostanza dei sogni», e ancora Millelemmi, Ramtzu e Topofante.
«Con loro tre, in “4 dialetti” il napoletano si (con)fonde con il toscano, il pugliese, il siciliano. Quello del dialetto, della nostra lingua, è un discorso che mi è caro, e che credo vincente. In fondo, anche “Rareca” parla di questo, delle tradizioni perse dalle nuove generazioni».
«Va zapp’», «A sott’» e «Pumpamm’» parlano del mucchio selvaggio del rap newpolitano: come va la scena?
«Secondo me bene: è più varia e più ricca di un tempo, successo o meno».
Sabato 9 Dicembre 2017, 14:48 - Ultimo aggiornamento: 09-12-2017 14:48
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