Un libro racconta la storia del rap newpolitano:
da ShaOne e il «bidone» a Clementino

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di Federico Vacalebre

Dopo il bel volume di Riccardo Rosa dedicato a Pino Mauro, Monitor dà alle stampe un altro prezioso volume dedicato alla «voci di dentro» della città: «Vai mo’. Storie di rap a Napoli e dintorni» (219 pagine, 15 euro) di Antonio Bove, classe 1975, che ricostruisce il movimento, facendo parlare i protagonisti di una piccola grande storia. Quella dell’hip hop newpolitano, di cui il rap è solo una parte, per quanto fondamentale, accanto a break dance, graffiti, djing, magari anche beatboxing e skatboarding.

Tutto inizia davanti al piccolo e al grande schermo, che presentano per la prima volta ai giovani scugnizzi ribelli senza causa che scriveranno questa storia «Rapper’s delight», «Buffalo gals» di Malcolm McLaren, i breakers che compaiono per un attimo in un film smielato come «Flashdance». E della contraddizione in termini di un movimento rivoluzionario che si diffonde grazie alla tv e alle radio commerciali e grazie a filmoni hollywoodiani parlano cyop&kaf nella loro lucida introduzione: prima di diventare street artisti di grido sono cresciuti sulle strade del rap.
«Vai mo’», allora, ricollegando sin dal titolo il fermento al neapolitan power e agli americani di Napoli da Carosone in poi, viaggia nella città cercando i luoghi, ora periferici ora del centro storico, dove tutto nasce, si sviluppa, cresce, si ferma, si interroga: i muri dei Colli Aminei, la Floridiana delle sfide di break dance a fine anni Ottanta, il boom movimentista con i 99 Posse a Officina 99 a Metà degli anni Novanta, il quasi coevo elogio del «Bidone» in piazza San Domenico: siamo negli anni del primo Bassolino, in piazza San Domenico c’è un contenitore della spazzatura ricoperto di tag, intorno al quale una decina di rapper si lasciano andare in session notturne di freestyle.
Poi, passando da piazza San Gaetano e dalla Posilillipo dove nascevano i dischi della Flying Records, da Santa Chiara e dal Vomero, il cerchio si allarga, arriva al rione Raiola di Torre del Greco, e prima ancora alla zona orientale: Gianturco, Barra, Ponticelli, San Giorgio a Cremano, per poi fare rotta su Scampia, epicentro massmediatico ma non solo degli anni gomorristi. Le origini iniziano a raccontarle Speaker Cenzou e Gransta Msv, ma è a ShaOne che viene dato, sembrerebbe di capire, il primato di avere iniziato tutto. Bove ricorda che il rapper deve il suo nome alle movenze della break che gli meritarono l’appellativo di «’o sciancato», da cui... E, snocciolando il rosario di rime e di groove dei padri fondatori - La Famiglia e 13Bastardi, per dire solo i principali alfieri della nostra old school - si muove tra sbornie militanti (99 Posse), divisioni settarie, capacità di far fronte comune, esterofilia galoppante, capacità di portare dentro quell’arte arrivata dall’America (ma inventata in Giamaica dai «toaster») elementi della propria tradizione: la sceneggiata di Merola, il sassofono di Tony Iglio, i suoni popolari studiati da De Simone, il Nero a Metà e i suoi fratelli, Maria Nazionale e il mucchio selvaggio neomelodico...
Il volume racconta dal di dentro l’onda rap newpolitana, sorvola sul primo sbarco di «marziani» hip hop in città (al parco Virgiliano, nell’ambito di «Moby Dick/Estate a Napoli»), e insegue tappa dopo tappa, come in una mappa sonora dell’underground che sceglie di esporsi, Polo e Vinch, Ekspo e Zulù, Dj Uncino e Boombuzz, Luche’ e Nto’, fino al successo di Clementino, al suo sbarco a Sanremo. Manca la Salerno di Rocco Hunt e i Cafardo Style, ma il titolo parlava chiaro e non si può recriminare nemmeno l’assenza di altre scene regionali più marginali.
Alla fine Enzo Avitabile sottolinea affinità e divergenze con i ritmi e le versificazioni tradizionali campane e del contingente del neapolitan power, riportando l’attenzione sullo stato di salute attuale del movimento del rap newpolitano, in affanno di respiro, con evidenti problemi industriali: «Sarebbe un peccato», scrivono cyop&kaf, «se quel sottoproletariato metropolitano finalmente conquistato al genere, sprecasse questo grande strumento autocompiacendosi, svilendo quella vocazione emancipatrice che la cultura hip hop ha dalle sue origini». Insomma, bisogna alzare la voce, il ritmo, la posta. Tornare al «bidone», ritrovare piazze e centri davvero sociali e rime amare e sensuali e feroci, evadere dall’armata brancaleone del sudismo ridanciano in cui si infilano postsfascisti e neobornici. Occorre, insomma ridare davvero potere alle parole ed al groove. Scrivere canzoni d’odio e d’amore. Rime diverse: non è solo questione di dialetto, anzi di lingua.
Domenica 25 Settembre 2016, 17:33 - Ultimo aggiornamento: 26 Settembre, 22:34
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