«Un Amleto stile hip hop
contro la nuova oleografia»

di Stefano Prestisimone

«To be or not to be. Sì o nu’ sì, that is a questiòn. S’è cchiù nobbile’ p’ ‘sta cap’ suppurtà ‘e petriat’ o ‘e ffrezz’ ‘e ‘sta ciort’ c’ port’ tuort’. Trip murì, o sleep durmì, nient’ cchiù». Shakespeare incontra Napoli e il rap. E il celebre monologo di Amleto prende colori diversi, s’immerge nelle metriche e nelle rime assassine delle crew di Piscinola e Secondigliano e ne risulta trasformato e forse ancor più tragico e sanguigno. Il principe di Danimarca non ha gli abiti d’epoca ma veste moderno nell’ultimo lavoro teatrale firmato da Davide Iodice, «Mal’essere», che rivoluziona l’Amleto non nella sostanza, perché la storia è rappresentata fedelmente, ma nella forma. La riscrittura in napoletano della tragedia del Bardo, firmata da un gruppo di rapper, arriva al San Ferdinando dall’1 al 12 febbraio ed è uno dei titoli più attesi della stagione, proprio per la sua unicità. Gli autori sono Gianni «‘O Yank» De Lise e Pasquale «Sir Ferdandez», entrambi dei Fuossera, band rap da Piscinola-Scampia. Poi Alessandro «Joel» Caricchia, Paolo «Sha One» Romano, tra i fondatori del rap napoletano con La Famiglia, Ciro «Op.Rot» Perrotta, Damiano «Capa Tosta» Rossi. I rapper-attori sono De Lisa, Romano, Rossi cui si aggiungono Vincenzo «Oyoshe» Musto (protagonista di un’emozionante performance improvvisata in rima durante la presentazione) e Peppe-Oh Sica, gli attori Luigi Credendino, che interpreta Amleto, Veronia D’Elia (Ofelia) e ancora Salvatore Caruso, Angela Garofalo, Francesco Damiano Laezza, Marco Palumbo, Antonio Spiezia.

«Lo spettacolo è nato per incidere nel tessuto sociale e al centro non c’è solo Napoli perché la lingua napoletana è universale è questo non è uno spettacolo localistico. Proviamo a dire qualcosa da qui, scartando l’oleografia criminale che oggi avvolge la città. Prima era pizza, sole, mandolino. Oggi tutti sanno cosa sono le “stese”, le “paranze d’è criature”, tutti conoscono i tipi di pistole. Sembra un set sulla criminalità, c’è una spettacolarizzazione gigantesca. Io non nego che esista il problema, ma è una visione cinica e non mi piace. Eppure io vengo dai luoghi più oscuri della città, tra Forcella e la Sanità. Ma a questo cliché non ci sto e lo dimostrano questi ragazzi che vengono dalle zone più a rischio, ma scelgono il microfono e non il “ferro”», spiega Davide Iodice, regista e autore che accanto al lavoro specifico di creazione e produzione, conduce da anni in varie parti d’Italia un’intensa ricerca antropologica alla ricerca di una coniugazione viva tra il fare artistico e il senso sociale.

Continua a leggere sul Mattino Digital
Sabato 28 Gennaio 2017, 09:49
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti

QUICKMAP