Luche' alla webtv del Mattino: potere al rap napoletano

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di Federico Vacalebre

Quando il gioco si fa duro i duri rappano: al suo quarto album solista, al sesto se si considerano i due seminali lavori di poesia cruda con i Co'Sang, Luche' sforna un lavoro lucido, feroce, emozionante, presentato ieri in anteprima ai fans al Maschio Angioino. Ambizioso sin dal titolo, «Potere».
 

Potere alla parola? Il potere che hai, quello che vuoi? Il potere che ti ha dato «Malammore» arrivando al primo posto in classifica? Il contropotere dell'hip hop newpolitano?
«Tutto questo e molto altro ancora: potere come verbo e come sostantivo, come riflessione su quello che sono, che sono diventato, quello che potrei essere, quello che non sarò mai. Il potere che mi hanno dato le mie scelte e le mie sofferenze, il potere che non ha aiutato me né la mia città, il poter fare un disco con collaboratori che sono amici, se non fratelli».

Rappi di essere il Vasco Rossi dell'hip hop, l'unico napoletano del tuo girone che farà la storia.
«Non mi sono montato la testa, resto Luca Imprudente, da Marianella, ma quelle sono le frasi tipiche di noi rapper quando intostiamo e ci spariamo le pose».

Un disco in italiano, eppure lanciato da un brano in dialetto, «Je ce credevo», entrato nella top ten di Spotify a un giorno dalla sua uscita.
«È il potere che voglio: quello di ripartire da Napoli, di riunire almeno una parte di scena che merita di non essere sfruttata. Con Roma e Milano, come Roma e Milano, Napoli potrebbe dettare legge sul fronte dell'hip hop: ha la storia e la cronaca, il passato e il presente, la old school e la new school, ma non deve dividersi. È successo anche con le scene precedenti a quella rap».

Una sfida, ma come si realizza?
«Penso a un'etichetta con cui produrre nuovi talenti, voglio scommettere su Coco, presente anche in questo disco, voglio far ripartire la scena».

Intanto fai squadra con Enzo Avitabile che duetta con te in «Potere pt. 2», dopo averlo fatto qualche giorno fa anche dal vivo.
«Vengo dal suo stesso quartiere, all'Arena Flegrea tra lui e Senese mi sentivo un bambino in mezzo ai giganti della musica napoletana. Enzo è speciale, abbiamo fatto questo pezzo insieme e lui mi ha proposto di usare l'autotune sulla sua voce, incuriosito dalle possibilità dello strumento, dalle tendenze giovanili».

Il tuo disco, invece, evita il trap, sforna un suono adulto, che oltre all'hip hop guarda a uno stile urban capace di assecondare i flow più aggressivi ma anche le canzoni d'amore.
«Con D-Ross sono entrato in sala cercando il groove giusto, non voglio assecondare le mode, preferisco dettarle, anticiparle, o comunque allontanarmi dal mucchio».

Poche collaborazioni, altra scelta controcorrente, oggi i dischi sembrano delle ammucchiate di «featuring».
«È vero. C'è Guè Pequeno, con lui mi sono specializzato nei pezzi divertenti, che fanno pariare i ragazzi. C'è Coco, c'è mia sorella Paola nell'intro, e poi ci sono gli altri producer: Star-T-Uffo, Torok, Geeno, Yung Snapp, Iam Tash e Nazo».
Venerdì 29 Giugno 2018, 12:18 - Ultimo aggiornamento: 30-06-2018 01:21
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