Due eventi nella notte magica di Pompei

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di Federico Vacalebre

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Sogno di una notte d’estate: Pompei riapre le porte dei suoi teatri, non avevamo mai visto rockettari in fila davanti all’Anfiteatro romano, tutti in fila e pronti alle tre ore di suoni progressive dei King Crimson in versione ottetto, con tre batterie tre al servizio di sua maestà Robert Fripp, mentre, alla stessa ora, a pochi centinaia di metri, altre millecinquecento persone si preparano ad assistere all’«Eracle» versione Emma Dante, Euripide reloaded nel Teatro Grande. 

Dove si coniuga l’epopea art rock un tempo combattevano i gladiatori e si applaudivano i giochi circensi, a questo scopo fu costruito nel 70 a.C. l’anfiteatro da Gaio Quinzio Valgo e Marco Porcio: «Aulus Clodius Flaccus, della tribù Menenia, duoviro con potere giurisdizionale per tre volte e quinquennale, tribuno militare di nomina popolare, organizzò questi spettacoli per la popolazione di Pompei. Nel primo duomvirato, alle feste di Apollo, alla parata nel foro, tori, toreri e aiutanti, tre coppie di schermidori, pugilatori in gruppi o singoli, e rappresentazioni con buffoni d’ogni sorta e con ogni genere di pantomimi, tra cui Pilade e in più diecimila sesterzi in elargizione pubblica per l’onore del duomvirato», ricorda un’iscrizione.
 
Al posto di tori, toreri, schermidori e pugilatori, stanotte il Re Cremisi stende la tela delle sue geometrie sonore, illumina l’architettura così ben conservata del suo archeo/logico rock come un classico tra i classici, una rovina tra le rovine. Non c’è spazio per le risse tra spettatori, come quella del 59 narrata da Tacito, che costò dieci anni di chiusura della struttura, l’amarcord regna pacifico. Le pietre più belle e più rock degli scavi aspettano il bis di stasera, domani arriveranno Marcus Miller e Enzo Avitabile, domenica James Taylor e Bonnie Raitt, per il futuro si sognano i Rolling Stones, o almeno Roger Waters e Robert Plant. Gli impresari D’Alessandro & Galli e il sovrintendente Osanna ci credono. 

Nel Teatro Grande, di età sannitica ma ricostruito nel II secolo a.C. e poi più volte restaurato, Emma Dante sino a sabato ridà alle attrici le parti delle donne del testo di Euripide, un tempo affidate ad uomini. Qui si applaudivano le atellane, farse popolari in lingua osca, le commedie di Plauto e Terenzio, i mimi, la danza si (con)fondeva con la musica, le schiave erano discinte e disinibite.

Ognuno alla sua maniera, Fripp e la Dante risvegliano gli scavi, li riportano a prima dell’eruzione del Vesuvio come fantasmi che tornano a dare spettacolo tra le vestigie della grande bellezza che fu, ricordando che quella che oggi chiamiamo «cultura classica» fu vita vera. Come quella applaudita ieri sera su due palchi cosi’ vicini, cosi’ lontani. 
 
Venerdì 20 Luglio 2018, 08:36 - Ultimo aggiornamento: 20-07-2018 12:13
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