La manager Zukar: «Il rap newpolitano?
Rivoluzionario, ma conservatore»

Fabri Fibra e Clementino
di Federico Vacalebre

È la signora indiscussa del rap italiano, e poco importa che sia un genere maschilista, perché lei non si fa certo impressionare dall'armamentario machista degli addetti al lavori/livori, come conferma Rap, una storia italiana, il libro che ha scritto per Baldini & Castoldi (pagine 279, euro 16) e che presenterà a Napoli - oggi alle 17.30 da N'Albero, domani alle 18 da Mooks in piazza Vanvitelli - dialogando con Sergio Delle Cese. Paola Zukar è «una donna capace di interpretare le regole di un gioco fatto prevalentemente da uomini», come sintetizza con rara efficacia il comunicato stampa di lancio. Genovese, classe 68, sulla scena hip hop a vario titolo dagli anni Novanta della rivista «Aelle», con la Big Picture Management è tra i responsabili del successo del rap nel Belpaese, della sua capacità di invadere il palcoscenico mainstream senza perdere troppo della sua identità.
Attenzione, però, Paola non fa della purezza una bandiera assoluta, nè del business l'unica ragione di cui tener conto. «Visionaria e tenace, sempre concentrata sulla prossima mossa», la definisce Fabri Fibra, che con lei ha scritto pagine importanti. «Non è esagerato dire che la Zukar sia uno dei motivi per cui il rap ha finalmente attecchito da noi. Non c'è niente di più hip hop che inventarsi una professione e portarla ai massimi livelli», rilancia Marracash tessendo l'elogio di una self made woman. Clementino è entrato nella scuderia - ma oggi fa più figo scrivere nel «rooster» - della BPM quando i due colleghi rapstar avevano già sfondato il muro che impediva agli spararime di fare il salto dall'underground alla grande platea: «Quando l'ho conosciuta la sua fama la precedeva, è un personaggio unico e dallo stile eclettico, ha valorizzato le mie sfumature artistiche, valorizzandole, tra pregi e difetti».
E proprio all'uomo di «'O vient» che il libro dedica alcune delle sue pagine più interessanti, tra storie di ghetto, showbusiness, rabbia, discografici frustrati, artisti confusi, sottocultura ben poco compresa dalla cultura ufficiale e poi venduta come «controcultura» dai signori del rap televisivo, dai «comunisti con il Rolex». Nel paragrafo dedicato a «Napoli e la modernità» Paola non racconta solo la sua esperienza con Clementino, dalle battaglie freestyle sino a Sanremo, ma azzarda considerazioni più generali: «Se già l'Italia è tradizionalista, la mia amatissima Napoli lo è ancora di più, all'ennesima potenza». Ed usa coscientemente quell'aggettivo, «amatissima», per disarmare chi potrebbe altrimenti accusarla di far parte dell'esercito di «sputtanapoli». Lei riconosce il lavoro «dei locali pionieri», «importanti come pochi»: La Famiglia, Co'Sang, Speaker Cenzou, Clan Vesuvio e 13 Bastardi». E riconosce la superiorità della lingua partenopea che «si fonde sul beat meglio e più facilmente» di quella italiana, ma nel conosce anche il limite: «Gli italiani non capivano bene le loro articolare rime, socialmente rilevanti, anche perché oltre a non capirla, non tutti hanno simpatia per la lingua di Partenope». Quello di Clemente, e poi del Rocco Hunt di «Nu juorno buono» è il «31 libera tutti», la ricetta che usa il dialetto solo nel ritornello, ma non rinuncia al sapore verace del suo flusso di parole. E la lingua del successodel rap newpolitano, napoletana ma non troppo, un po' come quella di Eduardo, per intenderci.
La battaglia, comunque continua, e la Zukar non ha dubbi: l'Italia, nonostante la svolta rap delle giovani generazioni, è un paese (di musica) per vecchi.
Mercoledì 1 Marzo 2017, 15:44 - Ultimo aggiornamento: 01-03-2017 20:03
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