The War on Drugs:
il piacere di stare nel limbo rock

The War on Drugs:
di Federico Vacalebre

Per qualcuno non sono più indie, visto che questo «A deeper understanding» è uscito su etichetta Atlantic. Per qualcuno non lo erano nemmeno nel 2008, ai tempi dell'esordio con  «Wagonwheel blues», quando c'era ancora Kurt Vile in formazione: troppo mainstream, troppo classic rock, troppo figli di Springsteen, di Mellencamp, di Knopfler. Nel limbo Adam Granduciel & Company ci sguazzano parecchio, perché anche questo disco ha le voci acide di un Dylan (molto) minore o di un figlio di un figlio di Neil Young, ha le melodie muscolari di un fedele springsteeniano o pettyano, ha chitarre illuminate dall'era Dire Straits. Ma ai batteristi sudati preferiscono le drums machine e al classico formato canzone quello della cavalcata, della suite, o comunque si vogliano definire i pezzi che arrivano sino agli 11 minuti di «Thinking of a place».
Un'elettronica retrò impedisce di conquistare i cuori delle generazioni digitali, la mancanza di asprezze non regala l'approdo selvaggio al r'n'r distorto dalle macchine dei Suicide ma sfiora la cupa consistenza della stagione kraut, l'assenza di struttura permette assoli di chitarra profondi, capaci di cambiare la faccia al gioco giocato sino al loro ingresso, che peraltro riprende immutato alla loro fine.
Neopsichedelici ma melodici, citazionisti, capaci di sfornare ballatone per la prima volta arrangiate con dovizia di strumenti, malinconici cantori di un'«americana» pronta a farsi breccia nelle radio non fosse per la lunghezza inconsueta dei brani, i Wod versione major non cambiano stile, anzi lo consolidano. Non li diranno mai più indie, chissà se riusciranno ad arrivare negli stadi come l'ultima mainstream rock band possibile.
Voto: 7-
Domenica 8 Ottobre 2017, 21:21 - Ultimo aggiornamento: 08-10-2017 21:55
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