«Così era l’assedio della criminalità», Oliviero racconta in “Nato a Casal di Principe” la tragica fine di Paolo Letizia

di Titta Fiore

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Inviato a Venezia

Il volto pulito, bello, commovente di Paolo Letizia compare in una vecchia foto sui titoli di coda del film che Bruno Oliviero ha dedicato alla sua tragica morte, «Nato a Casal di Principe». Era un ragazzo come tanti, Paolo, un ragazzo perbene. Scomparve nel nulla una sera del 1989. Che la camorra gli avesse fatto fare una fine atroce, per futili, incomprensibili motivi, lo si scoprì solo 26 anni dopo, grazie alle dichiarazioni di un pentito. Il suo corpo non è stato mai trovato, alla sua drammatica storia il fratello Amedeo ha dedicato un libro scritto con Paola Zanuttini. E dal libro Maurizio Braucci e Massimiliano Virgilio hanno tratto una sceneggiatura, l’ossatura del film che ieri sera è stato presentato alla Mostra nella sezione Cinema nel Giardino tra gli applausi. Ai tempi Amedeo faceva già l’attore (era uno dei «Ragazzi del muretto»), ora preferisce dedicarsi alla produzione. Dice: «Dopo il rapimento di mio fratello sentivo di non poter fare niente, al dolore fortissimo si univa una frustrazione altrettanto pesante. Ora, con l’uscita del film, il senso di colpa si è come acquietato, sento di aver fatto tutto quello che potevo per Paolo».

L’esperienza di documentarista (ha scritto, tra l’altro, il bel film di Leonardo Di Costanzo «L’intrusa») ha spinto Oliviero a procedere per sottrazione, a scegliere la strada del racconto ellittico, laterale, piuttosto che la via maestra della narrazione naturalistica. Tutto comincia dalla disperata ricerca di un ragazzo armato di fucile tra i canneti e le rive di un lago, tutto è sospeso come per troppo tempo è rimasta sospesa la sorte di Paolo. «Certo, ”Gomorra” è diventato un riferimento dell’immaginario contemporaneo, io ho preferito concentrarmi sul controcampo, volevo fare un film sugli effetti devastanti dell’assedio criminale subito dalla gente comune». È difficile realizzare un thriller dei sentimenti? «Abbastanza, è difficile spettacolarizzare l’inconscio, bisogna trovare una chiave per raccontare in maniera diversa un certo tipo di realtà».

Emigrante di lusso, come si definisce, Oliviero vive tra Milano e Parigi, ma di Napoli, delle guerre di camorra, dei casalesi e di Casale ha continuato a leggere e a occuparsi sempre, «forse perché sono cresciuto in un quartiere difficile come San Giovanni a Teduccio e la criminalità organizzata, in certi periodi, si è data da fare anche là». Il film è girato tutto a Casal di Principe: «Dieci anni fa non sarebbe stato possibile, oggi i giovani del posto si sentono sopravvissuti a una guerra, sanno che i loro padri sono stati deboli, che a Casale c’è stata una forma di occupazione e cercano il riscatto».

Alla proiezione di ieri sera c’era anche il sindaco di Casale, Renato Natale, testimoniando la partecipazione della comunità. Nei panni di Amedeo Letizia recita Alessio Lapice, Donatella Finocchiaro e Massimiliano Gallo interpretano i genitori del ragazzo rapito e ucciso. «Il fatto che Bruno Oliviero sia un documentarista ha dato al film un grande senso di verità» commenta l’attore che rivederemo alla Mostra anche in «Veleno» e come doppiatore del cartoon «Gatta Cenerentola»: «Sarebbe stato facile cadere nel sentimentalismo raccontando questa storia, entrare a gamba tesa in una tragedia. Invece c’è stato un grande rispetto per il dolore dei familiari». Aggiunge, il regista: «La tensione tra realtà e finzione, tra normalità e criminalità è la cifra del film. Amedeo è un ragazzo che sceglie per il bene attraverso un viaggio iniziatico nella violenza e nell’orrore. Amedeo scrive nel libro da cui è tratto il film: “Non mi rendevo conto che esisteva un mondo con regole diverse, diciamo normali, fuori da Casal di Principe, dove la legge del più forte, dove le armi, erano la normalità”. Ecco, la natura profonda del conflitto del film sta qui dentro, nella sua presa di coscienza».
Sabato 2 Settembre 2017, 14:38
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