I fantasmi di Malacqua tra i rimorsi e le colpe di una città che frana

di Vittorio Del Tufo

Jesce sole, jesce sole/nun te fà cchiù suspirà / Siente mai ca li figliole/hanno tanto da prià? (anonimo del 200)
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Il secondo giorno di Malacqua è il giorno delle voci. La scena, da via Aniello Falcone e via Tasso, si sposta e l'autore, Nicola Pugliese, ci conduce al Maschio Angioino, e precisamente nella Sala dei Baroni, dai cui banchi deserti «voci stentate giungevano all'esterno portate da microfoni disarticolati e difettosi tanto che non lasciavano distinguere le parole. Ma erano parole, erano di certo parole, e voci umane, ambiguamente umane, che irrompevano all'esterno in contorcimenti insoliti, in singulti inestricabili, suoni smorzati e cresciuti di sotto le gocce che l'acqua recava». Le voci sarebbero legate alla presenza di una bambola, addossata sotto gli scanni dell'opposizione in consiglio comunale, una bambola «giacente ferma sulle tavole di legno», che dall'angolo scuro in cui è rintanata reagisce con un urlo straziante ad ogni tentativo di portarla via, di rimuoverla dalla sua nicchia di legno.

Ma Malacqua non è solo il racconto di strani eventi, neri presagi e cupi ammonimenti ma anche (soprattutto) il racconto di un'attesa. L'attesa, certo, che la pioggia finisca («Cedeva la struttura portante, cedeva questa volontà di vita: cosa sarebbe venuto? diluvio universale a cancellare e scrivere daccapo?, arcobaleno sconosciuto irregolare nel tratto e nel disegno?») ma anche (soprattutto) l'attesa di un Evento Straordinario. «L'ambigua attesa - scrive Giuseppe Pesce nel saggio Napoli, il Dolore e la Non storia - di un miracolo che possa intervenire improvvisamente a migliorare le precarie condizioni di vita dei napoletani». O, forse, a frantumarne le prospettive, a scardinarne i pensieri.

Un'attesa destinata forse a durare in eterno e che Pugliese, col suo stile finto burocratese - cognome, nome - diluisce in una narrazione lirica, visionaria, facendo muovere dietro le quinte del racconto il suo alter-ego letterario, Andreoli Carlo, giornalista, che al crepuscolo del secondo giorno di pioggia osserva dalla sua redazione «il porto fermo e silenzioso, con pochissime luci, e solo di tanto in tanto un treno a sferragliare nel silenzio, un treno a sferragliare e qualche auto silenziosa dentro quel silenzio». Prima di ritirarsi a vita privata ad Avella, in provincia di Avellino, Nicola Pugliese era stato a lungo giornalista del Roma, che aveva sede negli anni 70 nel palazzo della flotta Lauro, in via Marina, proprio di fronte al porto.
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C'è stato un tempo in cui dalla collina del Vomero le «fate» lavandaie si recavano a lavare i panni delle famiglie nobili nei ruscelli delle campagne. Per darsi il ritmo nel duro lavoro le donne intonavano i loro canti, e al sole rivolgevano la stessa preghiera che le loro antenate rivolgevano a Dioniso, il dio Sole della paganità agreste, la divinità greca dell'estasi e del risveglio della natura. Jesce sole, jesce sole/nun te fà cchiù suspirà!».

Ma Napoli è anche città di diluvi e la letteratura lo sa bene, come spiega il critico Silvio Perrella nell'introduzione a Mistero napoletano di Ermanno Rea, un altro libro che affonda gli artigli nella carne viva della città: «Dicono che a Napoli, a dispetto dei luoghi comuni, piova più che altrove. La letteratura ne è testimone. Quanto piove dentro i libri dei napoletani! Da I tre operai di Carlo Bernari a L'amore molesto di Elena Ferrante, passando per Malacqua di Nicola Pugliese, è un diluvio». In Malacqua la pioggia tiene saldamente la scena, dalla prima all'ultima pagina. Nella finzione letteraria, come nella realtà, la città è inerte: simbolicamente e tragicamente inerte. «Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva... ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua?, qual è in realtà il momento limite?».

Forse è davvero impossibile dirlo, perché se anche la città dovesse cambiare il suo destino di sole «in un nuovo e diverso destino di pioggia», anche tale cambiamento verrebbe accettato, ingoiato, digerito; «anche se i giorni a venire fossero stati grigiastri e piovosi - come scrive Pugliese descrivendo il quarto e ultimo giorno di pioggia - questo non avrebbe provocato traumi né aperto ferite». Restano però le ferite di tante, troppe cicatrici disegnate sul volto di una città distesa su un immenso alveare di pietra e, ieri come oggi, fragile e senza difese. Così, nel corto circuito tra letteratura e realtà, la «giovane vita indiscussa di De Filippis Rosaria» e la «macerata vita incolore di Zampino Wanda» si confondono, trasfigurandosi, nei volti di Stefania Bellone e delle altre dieci vittime della tragedia del gennaio 1996; o in quello di Fabiola Di Capua, morta a 37 anni, il 22 dicembre 2006, mentre percorreva col motorino via Caracciolo e un palo della luce corroso dalla ruggine (e sradicato dal vento: era malacqua pure quel giorno) la travolse uccidendola all'istante; o in quello di Cristina Alongi, morta schiacciata da un pino secolare, il 10 giugno 2013, mentre percorreva nella sua auto via Aniello Falcone (ancora); o in quello di Salvatore Giordano, il 14enne travolto da una slavina di pietre cadute dalla facciata della Galleria Umberto; oppure nel volto, dolcissimo, di Davide Natale, 21 anni, ucciso da un grosso pino che lunedì scorso, a causa del forte vento che ha sferzato Napoli per l'intera giornata, si è abbattuto su via Claudio, nel quartiere Fuorigrotta, proprio mentre Davide passava di lì con un compagno di studi.
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Ma la memoria è tenace, la città non dimentica. Non deve dimenticare, non dovrà farlo nemmeno quando «i pescatori rialzeranno il capo per guardare di sopra». E fermi resteranno al sole, fermi, «perché la vita non è dentro i pensieri tortuosi, nella pioggia che scende, nelle strisce che sbarrano il cielo», ma nel sole caldo che ricomincerà a «disegnare tenerezze su ogni foglia».

È la sera del terzo giorno di pioggia quando, in Malacqua, affiora il ricordo di un evento insolito che, «per quanto addirittura si potesse definire soprannaturale», rientrava in qualche modo nell'ordine naturale delle cose, «ed aveva una sua specifica ragione, e non era quindi un fatto negativo». Quel giorno - il 5 di agosto - il mare era traboccato dal parapetto e, attraverso via Caracciolo, piazza Plebiscito, via Gennaro Serra, era risalito fino a Monte di Dio, aveva invaso le viuzze ed era entrato nei bassi, ed era andato a scovare nelle rispettive case, uno per uno, con pazienza e meticolosità, tutti i ragazzi cenciosi che quella mattina non avevano potuto raggiungere gli scogli di via Partenope, di via Caracciolo, di Mergellina, per via dell'Opera di Piantonamento stabilità dalle autorità. E questa risalita del mare è l'immagine forse più forte dell'intero libro, immagine allegra - non è forse un gesto d'amore da parte del mare raggiungere, letteralmente, i ragazzi che quel giorno non avevano potuto fare il bagno? - e perciò stridente con l'angosciosa natura degli interrogativi suscitati dai quattro giorni di pioggia ininterrotta, dal 23 al 26 ottobre di un anno imprecisato, con il suo carico di rimprovero continuato, di ammonimenti e i presagi: «Non c'era più nulla da sorridere - scrive Pugliese - con questa pioggia di adesso».

Nulla più da sorridere. C'è solo un'attesa che pesa sui cuori come una gigantesca pressa. L'attesa che qualcosa muti, e come pioggia lavi via il sangue, i rimorsi e le colpe.

(2 / fine)
Lunedì 5 Novembre 2018, 20:00
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