Trump e la partita delle tasse:
la promessa della riduzione

NEW YORK - La confusione di temi che affolla giornali e televisioni deve interessare, sì, ma non distrarre da quella che sarà la vera partita tra Donald Trump e il popolo americano: la riduzione delle tasse. Una promessa roboante, lanciata e rilanciata dal tycoon in ogni sua uscita pubblica, della campagna elettorale prima e della presidenza vera e propria poi.

Una questione, spinosa ma assai sentita, dalla quale dipende una straordinaria fetta del consenso che Trump è riuscito a costruire attorno alla sua figura. E che lo rende ancor più simile al Silvio Berlusconi del '94. Quello stesso Silvio Berlusconi, cui è stato paragonato a più riprese, che nel tempo ha smarrito il suo appeal politico per aver deluso proprio quelle aspettative di un alleggerimento del macigno fiscale. Tema che, a ripensarci bene, ha inciso sul suo declino molto più di scandali e olgettine.

Ebbene, volendo continuare ad osservare il nuovo inquilino della Casa Bianca in quest'ottica parallela, il sentiero politico di Trump è cosparso esattamente delle stesse mine: perché promettere è cosa assai semplice; dare seguito, invece, non lo è affatto. Ma è pur sempre una possibilità.

E così, mentre le acque della nuova amministrazione si agitano e sono agitate attorno a dossier quali i primi vertici internazionali (già alta la tensione con la Germania a causa dei paventati dazi sulle importazioni di automobili), le durissime parole del Segretario di Stato Tillerson che agita lo spauracchio di un intervento militare in Corea del Nord, e con lo spionaggio e la "Russia connection" che continuano a tenere banco, il vero nocciolo della questione sono i tagli cui l'entourage di Trump sta lavorando già da alcune settimane.

Molte delle sforbiciate ritenute necessarie per iniziare ad aggredire le aliquote fiscali sono state annunciate, provocando reazioni isteriche soprattutto riguardo al corposo ridimensionamento dei contributi statunitensi ai fondi destinati all'Ambiente, alla Scienza ed all'intero comparto Nazioni Unite, in merito al quale si ipotizza addirittura un passo indietro del 50% degli attuali stanziamenti.

Dati effettivamente inquietanti che potrebbero però rappresentare, oltre che un evidente risparmio per le casse americane, una sorta di scossa per un sistema ritenuto macchinoso, lento ed autoreferenziale. Critica mossa nello specifico proprio all'Onu da Trump, ma non soltanto da Trump.

Altro enorme capitolo di spesa è quello relativo all'assistenza sanitaria ed al duello furioso tra ciò che resta di ObamaCare e ciò che sarà invece TrumpCare. Due visioni distinte caratterizzate rispettivamente da un approccio quasi europeo di straordinaria (ma insostenibile) inclusione e, viceversa, di parziale smantellamento che riconduca gli Usa lungo un cammino a loro naturalmente più consono, in cui lo Stato tende a defilarsi.

Vie diverse, dunque, da percorrere per evitare di tornare a mani vuote da tutti quegli elettori su cui gravano aliquote che oscillano al di sopra dei trenta punti percentuali e alle quali, in realtà, vanno sommate tutta una serie di altre voci se si considerano, oltre alle tasse federali, quelle statali, cittadine e i costi relativi per l'appunto all'assistenza sanitaria. Insomma, un fardello fiscale che può valere più del 50% del reddito di un piccolo o medio imprenditore che, soprattutto nell'ambito del settore digitale o comunque terziario, potrebbe molto semplicemente decidere di tirare giù la propria saracinesca per far rinascere il suo business altrove (Panama è dietro l'angolo da queste parti).
Mossa che, se divenisse una tendenza, potrebbe davvero decretare la fine del sogno americano.
Ipotesi nefasta che Trump deve trovare il modo di scongiurare.
Venerdì 17 Marzo 2017, 16:29 - Ultimo aggiornamento: 17-03-2017 20:58
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