Manovra, Tria stretto tra Lega e M5S: retromarcia sul 2,4% impossibile

di Luca Cifoni e Marco Conti

«No, la buona volontà non mi sembra sia stata apprezzata a Bruxelles». A Montecitorio i destini della legge di Bilancio in Europa interessano pochi affezionati. Tra questi un sottosegretario del Carroccio che sul divanetto prova a tirare le somme di ciò che il governo farà nelle prossime settimane. Nel vertice di oggi a palazzo Chigi tra Conte, Tria e i due vice Di Maio e Salvini si ragionerà direttamente sulla fase2. Ovvero si dà ormai per scontata l'apertura di una procedura d'infrazione da parte di Bruxelles. Inutile quindi scontare di fatto il 2,4% di qualche zero virgola. Meglio, si sostiene, lavorare sul dopo. Ovvero concentrarsi sulla fase2. Ovvero sul periodo di tempo che va dall'apertura della procedura all'eventuale sanzione.

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I VERTICI
Sarà questo il momento che l'Italia intende sfruttare sino in fondo cercando di allungare i tempi in modo da arrivare a maggio. Obiettivo resta sempre quello di evitare la sanzione o, soprattutto, l'eventualità che qualcuno spinga per una manovra correttiva (Quirinale, Bankitalia, Confindustria) che obbligherebbe il governo a rivedere l'intera impostazione di politica economica seguita sinora. Lo scenario della sanzione in tempi ravvicinati - a Bruxelles c'è chi spinge per gennaio - rischia di essere il peggiore. Dopo il vertice di oggi a Chigi, Tria venerdì sarà audito dalle commissioni Finanze e Bilancio della Camera che ascolteranno anche i vertici di Bankitalia. Il titolare del Mef spiegherà cosa intende scrivere nella lettera di risposta che deve inviare entro martedì a Bruxelles. E la linea sarà quella che già ieri i due vice hanno fatto trapelare: constatate le rigidità della Commissione e dell'Eurogruppo, la manovra non si tocca. E così la risposta negativa arriverà in Italia il 21 del mese, ma per l'avvio della procedura servirà ancora del tempo che Tria proverà ad allungare. Nella situazione attuale, la commissione europea e gli stessi ministri dell'Eurogruppo si accontenterebbero con tutta probabilità di una marcia indietro dell'Italia verso un rapporto deficit/Pil al 2 per cento o appena al di sopra. Ma quel numero Giovani Tria non può scriverlo nel documento che sarà spedito a Bruxelles entro martedì prossimo. I margini per evitare un ingresso del nostro Paese nella procedura per deficit e debito eccessivo, sia pure in forma morbida e concordata, sono dunque ristrettissimi, perché le autorità europee a loro volta non possono mostrarsi cedevoli verso uno Stato membro che non solo ha violato le regole ma lo ha anche rivendicato.

Le vie che il ministero dell'Economia può provare a percorrere sono essenzialmente due. La prima, partendo dalla ripetuta indicazione del 2,4 per cento come tetto massimo, passa per la sottolineatura dei tempi lunghi che saranno necessari per implementare le due misure più costose, reddito di cittadinanza e pensionamenti anticipati con quota 100. Di fatto se ne parlerà non prima di aprile; se gli strumenti legislativi prescelti fossero i disegni di legge collegati, allora la probabilità di risparmiare consistenti risorse sarebbe quasi una certezza, perché le norme stesse entrerebbero in vigore a 2019 inoltrato. Invece in caso di emendamenti o di un decreto legge allora almeno sulla carta l'operatività scatterebbe comunque da gennaio. In ogni caso è difficile che questo possa bastare a convincere la Ue. E poco percorribile appare anche l'altra strada, che punta sulle cosiddette retroazioni già menzionate da Tria in una risposta ai commissari: siccome i conteggi del Mef sono stati fatti nello scenario di crescita 2019 dello 0,9 per cento, raggiungendo l'1,5 programmatico ci sarebbero potenzialmente maggior entrate fiscali in grado di abbattere il disavanzo. Il punto è che le prossime previsioni economiche della commissione, in arrivo a breve, saranno molto meno ottimistiche e dunque non accrediteranno uno scenario del genere.
 
Mercoledì 7 Novembre 2018, 07:37 - Ultimo aggiornamento: 8 Novembre, 10:07
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