Il gusto dolceamaro della vita: la Cina torna in scena con il Laboratorio di Teatro dell'Orientale

di Donatella Trotta

Milleuna Cina. Un Paese immenso e antichissimo, capace di cavalcare a velocità esponenziale l’onda della globalizzazione post-moderna con un peculiare modello di sviluppo che Loretta Napoleoni, nel suo libro Maonomics (Rizzoli), definisce “capicomunismo”; ma - anche - una realtà antropologica complessa, che veicola una civiltà altrettanto sfaccettata e difficilmente comprensibile, senza la chiave della cultura.
A fornire preziosi strumenti di approfondimento è, da ormai 14 anni, il Laboratorio di teatro cinese dell’Università L’Orientale di Napoli, ideato e coordinato dalla sinologa Maria Cristina Pisciotta in collaborazione con il regista Lorenzo Montanini che – caso unico di successo in Italia come sperimentazione innovativa di glottodidattica, di insegnamento della letteratura cinese e di dialogo interculturale – anche quest’anno propone una due giorni di drammaturgia cinese contemporanea messa in scena dagli studenti (al Teatro Galleria Toledo in via Concezione a Montecalvario 34, martedì 10 e mercoledì 11 aprile alle ore 21, ingresso libero).

Il testo che sarà interpretato, in italiano e in cinese, da ventitré studenti dell’Orientale - alla presenza della comunità cinese di Napoli e della comunità accademica dell’antico ex Collegio de’ Cinesi, fondato nel XVIII secolo in città da Matteo Ripa - si intitola «Il gusto salato del cappuccino» ed è un’opera di Yu Rongjun: drammaturgo contemporaneo di successo nativo dell’Anhui e trasferitosi a Shanghai nel 1991, a 20 anni, affermandosi negli ultimi due decenni come autore di oltre trenta commedie, numerose sceneggiature cinematografiche, televisive e radiofoniche e come direttore artistico del Teatro delle Arti Drammatiche di Shanghai, che sotto la sua guida è diventato il cuore della vita artistica della metropoli cinese. La sua produzione teatrale, inserita dai critici cinesi nella corrente del «Teatro dei colletti bianchi» per il pubblico a cui si rivolge e per i temi che tratta, di stampo realista, è ispirata prevalentemente all’epoca contemporanea e concentrata sulla solitudine umana, sui difficili rapporti interpersonali, sulle crisi sentimentali e i problemi di carriera degli abitanti delle nuove metropoli cinesi.

«Il gusto salato del cappuccino», titolo metaforico che allude al sapore contraddittorio della vita, è un’opera in tre atti scritta da Rongjun nel 2001 e messa in scena al Teatro delle Arti Drammatiche di Shanghai nel 2002 con la regia di Yin Taosheng, per ben sei anni consecutivi in cui ha registrato un clamoroso successo di pubblico e critica in Cina e all’estero: nel 2008, è stata messa in scena anche nell’Auditorium del Parco della Musica di Roma. Nei tre atti dell’opera (Espresso, costituito da un monologo femminile; Latte bollente da un monologo maschile; e Cappuccino da un dialogo fra un uomo e una donna) l’autore riflette sulla crisi matrimoniale delle coppie di mezza età, sui loro tradimenti, sulle loro tragedie private, sulla loro incapacità di comunicare e sulle loro occasioni mancate che nella frenetica vita metropolitana sono diventate una realtà sempre più diffusa. Ronjun lascia tuttavia volutamente ambiguo il rapporto e il collegamento fra i personaggi dei tre atti, rendendo così più universale il suo messaggio: l’introspezione psicologica, affidata ad un flusso di coscienza che cambia continuamente soggetti ed oggetti, aiuta così lo spettatore a comprendere la complessità dei rapporti fra l’uomo e la donna, ma anche tra lo yin e lo yang, tra il caffè espresso e il latte, tra l’amaro e il dolce (e, in senso lato, tra l’Oriente e l’Occidente) che, fusi insieme, lasciano in bocca un retrogusto salato, quello della vita.

Giunta con crescente successo di pubblico e critica alla sua quattordicesima edizione, l’iniziativa teatrale (sponsorizzata dall’Istituto Confucio) si avvale anche quest’anno dell’impegno degli allievi di Pisciotta coadiuvati da professionisti come Lorenzo Montanini, per la regia e l’adattamento del testo, da Federica Centore per i costumi, da Francesco Felaco per le scenografie e da Simona Brunitto per l’organizzazione. La messa in scena a Napoli, bilingue come di consueto, trasforma i monologhi del primo e del secondo atto in un flusso di coscienza a più voci, moltiplicando e amplificando l’eco dei dubbi dei protagonisti, l’ambiguità delle loro scelte, l’incertezza della realtà; e ogni volta che la vita dei personaggi si trova ad un bivio e loro, incapaci di scegliere, si lasciano trasportare dagli eventi, sulla scena si moltiplicano le immagini e le possibilità: la storia si ramifica e declina così in una serie di eventi plausibili ma mai avvenuti (o forse sì), come se si fosse testimoni di tante vite parallele che accadono nello stesso momento.
È come se l’uomo e la donna della storia di Yu Rongjun non fossero mai completamente capaci di decidere e, irresoluti, si trovassero travolti dal destino, dalla vita quotidiana, che con le sue molteplici necessità lascia sempre indietro scelte incompiute, possibilità mancate, domande senza risposta. Il drammaturgo sembra volerci suggerire con il suo testo che siamo sempre più incapaci di comunicare, anche nell’intimità dei nostri rapporti, e stiamo dunque perdendo anche la capacità di comprendere noi stessi.

Un tema universale: perché i protagonisti cinesi del gusto salato del cappuccino si perdono e si contraddicono, spesso, nei loro lunghi soliloqui, immaginano un mondo che non esiste o rimangono immobili, come congelati, in una realtà fittizia dalla quale non riescono a uscire. E tutto avviene all’interno di un appartamento, in una generica città, mentre la vita scorre fuori dalla finestra impassibile, senza curarsi delle passioni degli uomini. In balia delle onde del fato che non dominano più, i protagonisti restano a galla soltanto per vedere passare davanti agli occhi la vita, salvo scorgere un appiglio quando però la corrente ha già trascinato, di poco, troppo in là: anche chi assiste allo spettacolo  diventa cosí testimone delle sue stesse occasioni perse, delle scelte mancate, coscienti di essere sempre in ritardo su un presente troppo rapido e impossibile da fermare. Come l’avanzata del sedicente progresso.

«Un messaggio attualissimo e senza confini – commenta Maria Cristina Pisciotta – che grazie alla forza del linguaggio teatrale garantisce una partecipazione emotiva più profonda e un avvicinamento immediato, senza pregiudizi, alla cultura cinese contemporanea rappresentata in scena. Centrando così il duplice obiettivo dell’esperienza pilota del nostro Laboratorio: da un lato, veicolare ai nostri studenti dell’Orientale l’insegnamento della lingua cinese sperimentando metodi che coinvolgano attivamente, in prima persona, gli allievi; dall’altro lato contribuire, attraverso una rassegna ormai collaudata di spettacoli gratuiti aperti alla città, alla scoperta e all’approfondimento di una civiltà in continua trasformazione, fornendo così un’occasione di dialogo anche ai fini della complessa integrazione delle sempre più folte comunità cinesi nel nostro territorio».
 
 
 
Lunedì 9 Aprile 2018, 13:16 - Ultimo aggiornamento: 09-04-2018 13:16
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