«Ucciso per il rifiuto ai Casalesi»,
​via al processo dopo 27 anni

di Marilù Musto

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«Il clan dei Casalesi voleva gestire la cava di Vincenzo Feola a San Nicola La Strada per smaltire rifiuti speciali, provenienti chissà da dove». Questa la verità secondo Salvatore Belforte, ex boss di Marcianise, ex collaboratore di giustizia, ex tutto, ascoltato in udienza ieri, in Tribunale, sulla morte dell'imprenditore del calcestruzzo ucciso per aver negato di metter mano al portafogli su ordine dei Casalesi. Niente tangenti.

E Vincenzo Feola fu colpito a morte davanti alla sua azienda il 21 ottobre del 1991. Per svelare il movente del «cold case» i magistrati della Dda hanno impiegato anni, poi sono arrivati i pentiti. E, infine, il processo. Solo che Salvatore Belforte, allo stato, pentito non lo è affatto perché ha intascato la revoca del programma di protezione concesso dal Ministero dell'Interno. Ma la sua deposizione davanti ai giudici della Corte di Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere - presindete Giovanna Napoletano - è valsa almeno a scoprire cosa ci fosse dietro all'omicidio: un business che s'intreccia con il cambio di pelle della camorra, che smette di occuparsi di calcestruzzo e inizia a fiutare l'affare dello smaltimento dei rifiuti.
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Giovedì 4 Ottobre 2018, 10:19 - Ultimo aggiornamento: 04-10-2018 10:35
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