Il questore dal ragazzo accoltellato. «Stese, i camorristi non c'entrano: c'è chi imita Gomorra»

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di Maria Chiara Aulisio

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Una visita a sorpresa per augurargli buon anno e verificare di persona il suo stato di salute. Il questore Antonio De Iesu e il colonnello Ubaldo Del Monaco, comandante provinciale dei carabinieri di Napoli, con Antonio Serpico, capo della sezione Falchi, sono arrivati al Monaldi ieri pomeriggio poco dopo le cinque per un incontro durato circa un’ora. Arturo per fortuna inizia a stare un po’ meglio anche se i problemi alle corde vocali non sono affatto risolti e il ragazzo parla ancora con un filo voce. Pierluigi Franco, otorino al San Giovanni Bosco, continua a curarlo anche dopo il recente trasferimento all’ospedale Monaldi e ci prova a sperare in un recupero anche se i tempi sono destinati a essere lunghi.
La grave lesione del nervo ricorrente, quello che in parole semplici “coordina” tutti i muscoli della laringe, in seguito alla coltellata sferratagli alla gola ha provocato la paralisi di una corda vocale e ancora non si esclude l’ipotesi che possa trattarsi di un danno irreversibile. «Vedrai che la voce tornerà più forte di prima» scherza il questore De Iesu che coglie l’occasione per commentare l’ultima azione criminale messa a segno a San Giovanni a Teduccio nella notte dell’ultimo dell’anno quando un ragazzino di appena dodici anni è rimasto ferito da un proiettile esploso durante una «stesa». 
Solo il caso ha voluto che il dramma non si trasformasse in tragedia: alle dieci di sera un gruppo di giovani armati che sfrecciavano lungo via Sorrento ha svuotato gli interi caricatori di due pistole esplodendo in aria colpi all’impazzata. La traiettoria dei proiettili ha incrociato un balcone e due colpi hanno centrato alle gambe il bambino che con il padre sistemava i bengala e le stelle filanti in attesa della mezzanotte. Il questore non ha dubbi: «La criminalità organizzata in questa storia non c’entra niente. Lo sanno molto bene, i camorristi veri, che le “stese” poi significano grande attenzione delle forze dell’ordine e della stampa e riflettori puntati per giorni su un intero quartiere: l’esperienza mi insegna che non è quello che vogliono. Si tratta di azioni che vanno oltre ogni logica criminale, spari in aria per fare cosa? Ancora una volta è opera di ragazzini che giocano a scimmiottare Gomorra. Si mettono insieme, diventano un branco e seminano il terrore. Presi singolarmente non valgono niente. I muschilli, ve li ricordate? Stesso modello di micro criminalità a distanza di molti anni. Il dramma vero è che sono troppi e fuori controllo».
 
Dal dodicenne colpito a San Giovanni a Teduccio ai quattro minorenni autori della feroce aggressione nei confronti di Arturo, il 18 dicembre intorno alle 17 in via Foria, a due passi da casa, mentre il ragazzino cercava di raggiungere lo studio del medico di famiglia per ritirare un certificato per il fratello.
«Li stiamo cercando - dice il questore - non è facile: le cose si possono anche sapere ma c’è bisogno di riscontri. Tanti telefonini in circolazione e nessun filmato dell’accoltellamento, possibile? In ogni caso anche la dinamica dell’aggressione per certi aspetti va chiarita meglio così come bisognerebbe capire perché a soli 15 anni si sferrano dodici coltellate come se niente fosse o si spara ai baretti. Ecco anche su questo dovremmo interrogarci come ha fatto il cardinale Sepe nel Te Deum dell’ultimo dell’anno». 
A fargli eco la madre di Arturo, Maria Luisa Iavarone, docente all’università, determinata a far sì che la violenza subita dal figlio possa rappresentare un evento dal quale far partire una vera e propria battaglia sociale per la rivincita della parte sana di questa città: «Ogni giorno ricevo tanti messaggi anche in forma anonima, mi esortano a non mollare, ad andare avanti nella mia campagna per la legalità. Quando cammino per via Foria poi i commercianti mi prendono la mano e mi ringraziano: sperano di liberarsi finalmente da quella banda di delinquenti che ha massacrato Arturo e che il quartiere conosce molto bene. Atti vandalici contro negozi e botteghe, bottiglie rotte e minacce a chiunque, le prodezze del “nano” erano note a tutti, anche ai compagni di scuola dei miei figli e a tanti genitori che in questi giorni me lo stanno confermando». 
E si torna a parlare del sistema giudiziario minorile che oggi, alla luce di quel che accade, appare sempre più inadeguato: «Mira al recupero e non alla privazione della libertà, e va bene così - spiega il questore - ma non può più bastare: se non vanno in carcere qualcosa questi ragazzi devono pur fare. Penso a tre mesi passati ad assistere i malati terminali negli ospedali o gli anziani: un lavoro che li metta alla prova sul serio».
Martedì 2 Gennaio 2018, 23:47 - Ultimo aggiornamento: 03-01-2018 11:49
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