Luca Materazzo, dal pc dell'amico alla soffiata giusta: tutti i segreti di una lunga fuga

Il locale dove Luca lavorava (ph. Paola Del Vecchio)
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di Giuseppe Crimaldi

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Per oltre un anno lo hanno cercato in tutta Italia, in Europa e persino in Nord Africa. Da Londra a Barcellona, fino a Tangeri e ad Algeri. Senza alcun risultato. Eppure la traccia era precisa: da Napoli Luca Materazzo era stato visto salire su un autobus diretto a Genova: e da questo particolare - che aveva trovato conferma nella emissione di un biglietto a suo nome presso la biglietteria della linea «FlixBus», a due passi dalla Stazione Centrale di piazza Garibaldi - gli investigatori avevano tratto una prima importante deduzione: Luca non si era diretto verso uno dei Paesi dell’Europa dell’Est. 
 

La caccia. Una intera sezione, quella della «Catturandi», era stata attivata per rintracciare Luca Materazzo. Quattro agenti, ventiquattr’ore su ventiquattro, monitoravano le utenze telefoniche di parenti ed amici del ricercato. Una cerchia di oltre trenta persone che, per la polizia e i carabinieri del Ros in teoria avrebbero potuto prima o poi entrare in contatto con il fuggitivo. 

Un primo, importante elemento era arrivato quando un testimone si era fatto coraggiosamente avanti l’11 dicembre del 2016, quando cioè la foto di Luca era stata diffusa da tutti i giornali che pubblicavano gli esiti di un’indagine delicata e complessa, quella dell’omicidio dell’ingegnere Vittorio Materazzo. «Ieri (il 10 dicembre, ndr) ho visto Luca salire su un taxi a Mergellina», confidò la fonte alla polizia. Scattarono le indagini, e il tassista - identificato - confermò la circostanza: «Sì, ho preso quel passeggero a Mergellina, aveva con sé due voluminosi borsoni, e l’ho accompagnato alla stazione degli autobus di piazza Garibaldi».

Da Genova a Gibilterra. Lo sviluppo investigativo portò gli agenti e i carabinieri sulle tracce dell’uomo che - nel frattempo - era diventato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio del fratello ingegnere. Senza tuttavia mai trovare un riscontro effettivo, gli inquirenti puntarono su più piste: ipotizzando che il latitante avesse trovato rifugio in Gran Bretagna, in Francia, o addirittura verso Gibilterra: per un periodo si pensò persino che Luca potesse essersi imbarcato dall’estremo lembo della penisola iberica verso il Marocco (destinazione Tangeri) o l’Algeria. Indagini incessanti, quelle condotte dall’ex dirigente Fausto Lamparelli e, fino a ieri, dall’attuale numero uno Luigi Rinella.

Il pc dell’amico. Dal lavoro della Polizia di Stato emerse anche un riscontro che - oggi, alla luce dell’epilogo della vicenda - meritò attenzione: nei giorni immediatamente precedenti alla sua scomparsa da Napoli, Luca Materazzo si recò a casa di un amico e da lì, utilizzando un computer, effettuò una ricerca su Google visitando i siti che illustravano sistemazioni alberghiere della città di Siviglia, dove poi è stato arrestato due giorni fa. Estendendo le ricerche, gli investigatori scoprirono che il 36enne aveva una rete di amici spagnoli, molti dei quali residenti proprio nel capoluogo dell’Andalusia.

Il covo. Quando è stato rintracciato nella caffetteria del centro di Siviglia (nella foto recuperata da Paola Del Vecchio), Luca ha fornito agli agenti spagnoli anche il proprio indirizzo: si tratta di un piccolo appartamento nella zona residenziale della città, non lontano dal locale in cui lavorava come cameriere, che divideva con un ragazzo spagnolo. In quella casa si troverebbe anche un pc in uso al ricercato. E qui arriva il paradosso: perché per la legislazione spagnola, che prevede fortissime garanzie in favore di indagati e arrestati, la polizia deve ancora compiere una perquisizione domiciliare, dal momento che serve l’autorizzazione di un giudice. In quell’appartamentino - il cui indirizzo proprio per questo motivo viene tenuto riservato dalla Questura di Napoli - si troverebbe un pc utilizzato dal latitante. E in quel computer, così come nel suo telefonino cellulare (recante al suo interno una scheda del tipo «usa e getta»), potrebbero trovarsi elementi utili a capire chi, come e quando potrebbe aver favorito la sua fuga dall’Italia e i suoi supporti - sia logistici che economici - durante la permanenza all’estero. Circola anche un’altra indiscrezione non confermata da fonti ufficiali: Luca Materazzo si sarebbe spesso collegato a Facebook creando un falso profilo (ovviamente con una falsa identità): una finestra sul mondo virtuale che lo avrebbe accompagnato in tutti questi mesi riuscendo a fargli pesare meno la solitudine.
 

Ma quella casa al secondo piano del centro di Siviglia nella quale Luca ha per l’ultima volta dormito fino ai giorni successivi al Capodanno non sarebbe stata l’unica residenza avuta nella città andalusa. Stando alle informazioni in possesso della Squadra mobile partenopea, infatti, il latitante vi si sarebbe trasferito solo di recente.
La soffiata. Ma chi ha fornito agli investigatori spagnoli le coordinate per arrivare a Luca Materazzo? Dato per scontato che non si è trattato di un colpo di fortuna - e considerato che a muoversi è stata una brigata specializzata nella ricerca di immigrati e ricercati - due restano le ipotesi da prendere in considerazione: la «gola profonda» parla lo spagnolo. Non può escludersi che si tratti di un collega di lavoro, di un amico occasionale conosciuto a Siviglia con il quale l’uomo si sarebbe confidato, o di una donna conosciuta sempre durante la latitanza. Meno probabile la seconda ipotesi: e cioè che a tradire il ricercato la «voce amica» sia arrivata dall’Italia, e tanto più proprio da Napoli. In quel caso, ad entrare in azione, sarebbe stata la Questura di Napoli e l’Interpol.
Mercoledì 3 Gennaio 2018, 22:55 - Ultimo aggiornamento: 4 Gennaio, 13:29
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