Cappotto nero, martello e poster:
Saccomanno porta in scena Gramsci

di Ciro Manzolillo

È già alzato il sipario all'entrata del pubblico in sala. La scena è quasi del tutto vuota, la riempiono una sedia ed una pedana in legno. Inizia lo spettacolo con Fabrizio Saccomanno che si presenta con un cappotto nero, in mano un martello e un poster di Antonio Gramsci che verrà poi inchiodato alla pedana. Saccomanno si impersona nel fondatore del Partito Comunista Italiano e con tonalità soffusa della voce comincia seduto a raccontarne la vita, fino a quando verrà arrestato nel novembre del 1926. Da questo momento in poi cambia registro il monologo “Gramsci Antonio detto Nino” di cui l'attore pugliese è anche il regista, insieme a Francesco Niccolini.

Oltre alla figura del politico rivoluzionario, del filosofo, del lucido intellettuale che si batte per una società senza sfruttati, una recitazione convulsa ci svela il Nino di quelle lettere dal carcere che lui considerò - a fronte di una detenzione devastante - una sana ginnastica per la mente. Delle missive spedite alla moglie Julia, alla cognata Tatiana e alla mamma in Sardegna, Saccomanno ne tirerà fuori dall’interno del cappotto un bel pugno (rimarranno a terra come delle specie di reliquie) per tracciare una drammaturgia in cui man mano che la salute del detenuto diventa più cagionale si fa forte una voglia di resistenza. Si capisce che il Gramsci dell'epistolario mette allo scoperto sentimenti privati e pensieri di interesse collettivo, i quali si fondono in una scrittura che sulla scena Saccomanno l’assimila dentro per metterla al servizio di una prova di attore superba e commovente. Il suo Gramsci è «la parabola di un uomo disperatamente solo eppure incredibilmente sereno», di un martire della cultura italiana morto a quarantasei anni nel 1937, di una mente eccellente che dal chiuso di una cella riesce ad essere anima per chi sta fuori.

Nel finale dello spettacolo - presentato a Varese nell'ambito della rassegna “Pensiero in scena. La filosofia a teatro” - smessi i panni del personaggio, Saccomanno si chiede (domanda al pubblico) dove è possibile ritrovare oggi tracce del pensiero gramsciano. Non c’è una risposta, anzi la tira fuori da quella novella dell’uomo caduto nel pozzo del francese Lucien Jean. Gramsci la racconta in una lettera del giugno 1932 alla moglie e la eleva a lezione per l’uomo disperato, il quale potrà salvarsi, tirarsi dai cunicoli del vivere solo se farà affidamento sulle proprie forze. Saccomanno presenterà in prima nazionale i prossimi 27-28 giugno al "Festival Napoli Teatro", diretto da Ruggero Cappuccio, un lavoro dedicato al popolo kurdo.
Martedì 6 Marzo 2018, 20:24
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