Laetitia Casta al Napoli Teatro Festival: «L'amore? Ha tante variabili, come le stelle»

di Luciano Giannini

Su Napoli entrambi fanno commenti encomiastici. Lei: «La amo perché è ribelle. Ha il mare, bella gente ha tutto». Lui: «È un mondo ricco, non di soldi, ma di cultura, disperazione e bellezza. Qui mi sento dentro un organismo vivente». Quanto al resto, i due non potrebbero essere più diversi. Laetitia Casta è una deliziosa quarantenne «più mediterranea che parigina», modella e attrice, elegantemente altera e orgogliosa del proprio charme; Andrej Konchalovskij, regista e sceneggiatore, è un ottantenne gagliardo. Della Russia ha il piglio fiero, che stempera la vita in una sana ironia.

Entrambi sono qui, su invito del Napoli Teatro Festival, per rappresentare diversamente lo stesso titolo, «Scene da un matrimonio» (che per la Casta diventa «Scènes de la vie conjugale») di Ingmar Bergman, omaggio al maestro svedese per i cent'anni dalla nascita. I debutti sono in programma stasera: Konchalovskij al Mercadante (ore 19), la Casta al Politeama (ore 21). Domani gli orari si invertono. Laetitia è diretta da Safy Nebbou e ha come partner Raphaël Personnaz. Il russo dirige Julia Vysotskaya e Federico Vanni. La sua produzione vede uniti il Festival e il Teatro Nazionale di Napoli. Anche le ambientazioni cambiano. Nebbou la sposta dalla Svezia alla Francia di oggi; «creando atmosfere più fisiche... anche se Dico che la versione tv e il film di Bergman sembrano freddi, ma trasmettono comunque le passioni», precisa Laetitia. Konchalovskij sposta l'azione nell'amato BelPaese degli anni Sessanta, «quando Roma era il paradiso della cultura europea», e inserisce alcuni video d'epoca. «È il mio omaggio a quell'Italia. Questione di nostalgia». Quanto ai testi, si tengono fedeli all'originale, che è del 1973, con qualche taglio per superarne la verbosità e qualche adattamento dettato dal passare dei tempi. Casta e Nebbou: «Ma l'allestimento che vedrete non ha scene; soltanto due leggii e una panca. In realtà, non dovevamo venire al Festival, ma l'insistenza è stata tale che abbiamo accettato, portando però una versione sospesa tra lettura e mise-en-scène».

Laetitia, la storia di Marianne e Johan, coppia felice in apparenza, che scoppia dopo 10 anni, si lascia, si riprende e viviseziona il rapporto d'amore, evoca anche quella sua personale. In scena lei recita un po' se stessa? «Certo! Le esperienze pesano. Ma questo capita a chiunque. La storia di Bergman appartiene all'umanità; ha tante variabili quante sono le stelle in cielo». E sorride. Perché? «Siamo stati in tournée in Cina e sembravamo dei marziani. Il pubblico non capiva. Una donna mi ha detto: Qui ci sposiamo e basta. I rovelli psicologici tra marito e moglie sono fantascienza».

E in questo nostro mondo tormentato come possiamo riuscire a far durare una relazione? «Provare ad amare bene, con onestà, facendo soffrire il meno possibile, è già tanto». Konchalovskij, che ne pensa lei? C'è soluzione? «No. Perché non esiste l'essere umano astratto. Il problema dell'uomo occidentale, per esempio, è l'abbondanza, che non porta alla felicità. In verità, una soluzione ci sarebbe». Quale? «Abbassare la soglia di benessere». Impossibile? Lo spirito caustico del regista scova la risposta nell'anima: «Mah forse tra poco ci arriveremo per forza di cose».

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Martedì 3 Luglio 2018, 10:48 - Ultimo aggiornamento: 03-07-2018 10:48
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