U2, la notte dell’ultimo cerimoniale rock

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di Andrea Spinelli

 Certo non c’è la forza tellurica di quando trent’anni fa gli U2 suonarono al Flaminio e gli abitanti del quartiere gridarono al sisma, dicendo che i watt della band irlandese gli avevano danneggiato le case. Ma i 60.000 dell’Olimpico (e si raddoppia stasera) non hanno nulla da lamentarsi. Magari non sarà stata «La più bella notte di sempre», come ha assicurato Bono in italiano suggestionato anche dal fatto che Roma è stata la città promessa di John Keats «uno degli eroi della mia vita», che viveva in Piazza di Spagna. Ma densa ed emozionante di sicuro.

«La differenza tra questi concerti e gli altri? Il pubblico italiano; unico», aveva spiegato nei camerini il rocker, prima di entrare inscena sulle note di «Sunday bloody sunday» per racchiudere nella prima parte dello spettacolo l’epopea U2 pre-«The Joshua tree», eseguendo nel piccolo palco fra il pubblico pezzi da novanta della vecchia produzione come «New year’s day», «Bad» (con tributo al Bowie di «Heroes») e «Pride (in the name of love)», per poi scatenare il nervo ottico con le immagini dello smisurato schermo alle sue spalle, imponente e totalizzante come i muri che dividono ai quattro angoli del pianeta popoli e culture, che li restringono e li chiudono in enclavi della vergogna contro cui lo show si scaglia nel bis con una ripresa in volo radente del campo profughi giordano di Zaatari gestito dall’Unhcr durante quella «Miss Sarajevo», che diventa «Miss Syria (Sarajevo)», con la voce di Pavarotti e l’immagine dal drone di settantamila rifugiati, diecimila più che nello stadio riempito all’inverosimile. «Grazie alla guardia costiera, siete i migliori d’Europa, siete grandi», arringa mister Vox pensando all’accoglienza dei migranti e accennando anche a una frase del «Miserere» che il suo amico Zucchero divise con il suo amico Big Luciano.

Aperta da Noel Gallagher con i suoi High Flyng Birds, la maratona, grazie anche ai formidabili filmati del fotografo olandese Anton Corbijn, esalta il trentennale di «The Joshua tree» senza tralasciare nei bis tributi al repertorio successivo a cominciare da «Beautiful day» e «One». «Ultra violet (light my way)» è segnata dai tributi sul grande schermo a grandi donne: tra Emma Goldmann, Malala Yousafzai, Virginia Woolf, Rosa Parks e Patti Smith spuntano Pussy Riot, Angela Merkel, l’ex sindaco di Lampedusa Giuseppina Nicolini.

«Exit» è introdotta da uno spezzone di «Trackdown», un telefilm Cbs del ’57 in cui, per un incredibile sovrapposizione tra fiction e politica, l’eroe di turno smaschera un losco figuro di nome Walter Trump che vuol costruire un muro antimigranti con un «Sei un bugiardo Trump!»: ovazioni dei fans, pronti alla coreografia su «With or without you» con 40.000 cartelli neri e gialli, acquistati con il crowfunding, per disegnare in curva Nord e sulle tribune il numero «30» e il Joshua Tree come se si trattasse di un quadro di massa nordcoreano.

Nell’87 il «Joshua Tree tour» totalizzò 111 repliche in otto mesi e mezzo. Quest’edizione celebrativa messa in strada in maggio a Vancouver per sostenere le fortune di «The Joshua tree - 30 years», si accontenta di «soli» 51 show in cinque mesi e mezzo con 2.400.000 biglietti venduti per non ostacolare il lancio di «Songs of experience», sequel di «Songs of innocence» che potrebbe essere accompagnato da un tour nelle arene nella primavera prossima. «È incredibile pensare che ci sono voluti 35 anni per diventare la band che volevamo essere», fa finta di ammettere Bono: «Abbiamo nel cassetto materiale davvero epico. L’esperienza ci ha insegnato, infatti, a lasciarci prendere completamente dal momento che stiamo vivendo, rispettare il divertimento e non lasciarci sfuggire la gioia».

I «dubliners», che in primavera hanno lavorato agli Electric Lady studios di New York con il produttore Steve Lillywhite per adeguare alcuni testi al clima dell’America trumpiana, avrebbero pronta una quindicina di canzoni da cui scegliere quelle - 12? - del prossimo disco, tra cui «The showman», «The best thing about me is you», «The little things that give you away» che trova spazio anche in scaletta, «Tightrope», oltre ad un paio dedicate alla crisi dei rifugiati che divide la coscienza europea quali «Red flag day» e «Summer of love». Bisogna aspettare per capire che rock faranno, se sarà ancora rock: per ora gli U2 vincono rockando e rollando in modalità nostalgia canaglia: questo è l’ultimo cerimoniale rock possibile, probabilmente. Springsteen a parte, si intende.
Domenica 16 Luglio 2017, 10:44 - Ultimo aggiornamento: 16-07-2017 14:24
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