Mario Biondi: «Quel tour mancato con il maestro»

di Mario Biondi

Ho scoperto l'artista Pino Daniele da bambino, avevo 11-12 anni e i suoi dischi mi presentarono un mondo, conservo ancora i vinili, che mi permisero di tenere insieme l'amore per la musica nera che stavo scoprendo e quello per la musica italiana, che quei suoni non li frequentava troppo.

Poi ho conosciuto la persona Pino Daniele, ci siamo beccati in qualche backstage, in qualche camerino, ci siamo annusati, da meridionali, da mascalzoni latini mi diceva lui, siamo diventati amici, abbiamo iniziato a frequentarci, fino a pensare di dividere un tour insieme: lo stavamo mettendo insieme quando lui è andato via, avevamo persino fatto qualche prova, unendo voci e strumenti su note che nessuno ascolterà perché eravamo agli inizi, sono andate perse. Però risuonano dentro di me, le porto dentro, in qualche modo le utilizzerò anche stasera al San Paolo, dove salirò sul palco per una cosa strana, in qualche modo nel segno del mio incontro con il grande cantautore napoletano: le nostre voci erano così diverse che forse nessuno tranne lui avrebbe immaginato di metterle insieme, eppure suonavano alla grande, la versione di «Je' so pazzo» che incidemmo nel 2010 per l'album «Boogie woogie man» lo dimostra. Io ero intimorito dal confronto, ancor di più quando dalla sala di registrazione si spostò sul palco, lo chiamavo maestro, lui mi sfotteva: «Marione, in fondo siamo solo due cantanti, anzi tu canti meglio di me».

Per questo dicevo del Volo: mi piacciono quei tre ragazzi, non si sono montati la testa, hanno voglia di fare esperienza, hanno curiosità, oltre che voci. Non c'entrano niente con la mia? Certo, ma vedrete che effetto faremo insieme in «Notte che se ne va». E, poi, non dimenticate che Pino Daniele duettò con Pavarotti e scrisse un brano intitolato «Melodramma». Per lui non esistevano generi musicali, ma musica, quella buona e quella no. Stasera sarà buona: non perché la canterò io e gli altri artisti presenti, ma perché l'ha scritta lui.

Lui che ha mostrato a una città il modo per riprendersi la sua lingua, e la sua tradizione, ma rimodernandola. Lui che mi ha aperto la mente, e il cuore, alla musica che amo: da bambino, e poi da ragazzo, e fino alla fine, guardavo chi suonava nei suoi dischi e andavo a scoprire tutto quello che potevo su di loro. Grazie, Pino, anche per questo.
 
Giovedì 7 Giugno 2018, 15:00 - Ultimo aggiornamento: 07-06-2018 15:00
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