Nataly Oryon, cantaNapoli in Israele

Nataly Orion
di Federico Vacalebre

Dopo che Noa ha portato in hit parade in Israele i classici napoletani, e li ha anche tradotti nella sua lingua, un piccolo revival di cantaNapoli ha trovato spazio a Tel Aviv e dintorni, dove peraltro anche Raiz ha fatto sentire il suo canto verace, ma anche di ebreo adottivo, sia pur puntando su sonorità moderne. Nataly Oryon dopo diversi assaggi dal vivo, sta per pubblicare il suo primo album, «Pensieri su Napoli da Gerusalemme», anticipato dal singolo, l’inedito «Te l’ea tènere», scritto così, e non proprio correttamente, ma cantato con estrema credibilità e vocalità insieme - se possibile - cristallina e appassionata, fino a farlo sembrare un brano cinque-secentesco partenopeo e non un pezzo scritto ai giorni nostri.
La trentaquattrenne vocalist, dopo essersi fatta le ossa con «Omaggio», concerto in cui rileggeva «Funiculì funiculà», «Rundinella», «Marechiaro», «Maruzzella», «Te voglio bene assaje» e «’O surdato ‘nnammurato» con gli arrangiamenti di Ezequiel Jait, ispirato in qualche modo proprio agli apristrada (per Noa) Solis String Quartet, farà uscire in dicembre il suo doppio cd di riletture di classici, in studio e dal vivo. Ad illuminarla sulla via di cantaNapoli è stato Sergio Bruni: «Me ne innamorai immediatamente, al primo incontro, al primo ascolto, come se mi appartenesse da sempre, anche se mi era capitata per caso, studiando l’accento partenopeo su dischi di Claudio Villa e Roberto Murolo. Poi ho approfondito la discografia di Bruni, la sua ugola, le sue canzoni e... la passione è diventata ancora più intensa e ragionata», spiega lei, che nel frattempo è stata a Napoli, e a Sorrento, per capire meglio che cosa e perché stava cantando, oltre che per incontrare Bruna Chianese, la figlia della «voce ‘e Napule», secondo la celebre definizione di Eduardo De Filippo: «Sono rimasta stupita di come il canto di Bruni e le sue forme cambiassero nel tempo, mantenendo sempre una grande espressione. Aveva cura di ogni parola, di ogni nota, di ogni brano, li sentiva veramente come parte di se stesso. Credo che questo sia il motivo per cui ancora oggi è così amato, anzi venerato, sino ad essere il simbolo stesso della canzone napoletana».
In uno dei suoi concerti a Gerusalemme alla Orion si avvicinò un ragazzo, visibilmente emozionato: «Mi raccontò che era napoletano, che viveva a Gerusalemme ed era felice di ascoltare qualcuno che conservasse la sua cultura. Il suo nome era Benedetto di Bitonto. Mi ha aiutato a curare la mia pronuncia, poi, quando ho scoperto che scriveva versi in napoletano ho chiesto di farmeli avere, e su di essi ho costruito due canzoni, tra cui “Te l’ea tènere”, un azzardo forse, di sicuro il mio omaggio alla canzone napoletana, la regina della canzone del mondo».
«Te l’ea tenere» viene dalle radici della melodia partenopea, tra il fiammingo Orlando Di Lasso, le villanelle e le moresche. La lingua è antica, anzi anticata, il testo racconta di un ragazzo che «vuole correre» e di una ragazza che «deve stare al posto suo», tanto non può fermare l’amato, se lo deve tenere così com’è. La chitarra di Yoad Shoshani scandisce il canto con il clarinetto di Yarden Kedar, il mandolino di Raziel Tsur, il flauto di Michal Drori Kazir, il violino di Alon Hillel e il contrabbasso di Adi Gigi. CantaNapoli israeliana.
Mercoledì 8 Novembre 2017, 13:14 - Ultimo aggiornamento: 08-11-2017 13:42
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