Il primato di Pino Daniele,
come lui nessuno mai

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di Federico Vacalebre

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Ma davvero qualcuno credeva che Pino Daniele fosse sostituibile, sia pur dal mucchio selvaggio del pop italiano? Davvero qualcuno credeva che bastassero le sue canzoni per non farci sentire la nostalgia canaglia di cui siamo prigionieri da quel maledetto 4 gennaio 2015, data che ricordiamo come se fosse quella della morte di un parente strettissimo? Non lo pensavano gli organizzatori di «Pino è», non lo pensavano la quarantina di artisti saliti sul palco, non lo pensavano i quarantancinquemila dello stadio San Paolo, i 2.885.000 spettatori medi che hanno seguito la diretta su Raiuno con uno share del 18,7%, il più alto della serata, i chissà quanti che hanno scelto, invece, le radio che trasmettevano l'evento a reti praticamente unificate.

Allo stadio la portata della festa era «fisicamente» evidente, in tv, forse, un po' meno, con la narrazione che tendeva alla festivalbarizzazione di quello che era davvero, invece, un «evento»: per durata, impegno, caratura dei protagonisti, rientro mediatico. I big, per una volta, non sono stati al centro dell'attenzione: Jovanotti, Ramazzotti, Baglioni, per dire i principali, sono riusciti a calamitare l'attenzione della tv di stato, di chi ha pagato il biglietto, di chi ha donato alle due fondazioni benefiche qualche soldino, ma poi sono scomparsi di fronte alla voce, la chitarra, la faccia del lazzaro felice, davvero presentissimo, e non tanto per la trovata dei duetti virtuali, forse anche abusata, ma quanto per l'inevitabile supremazia: a volte non contano i milioni di dischi venduti, ma la capacità di mettere in quei dischi le emozioni delle persone, di cantare, ma anche di suonarle. L'assenza di artisti come Pat Metheny, Chick Corea, Wayne Shorter, magari persino Eric Clapton, era omologa al progetto, che ha provato a inscrivere il Mascalzone Latino nel mainstream italiano. Sfida impossibile, tanto inomologabile era il suo sound, nonostante il periodo più pop e i megahit sentimentali. Nessuno ha potuto niente di fronte al suo riemergere dallo schermo come dai nostri ricordi, dalle nostre ferite: bastava un suo assolo per pensare non al duetto virtuale in atto, ma a lui, quando ce lo godevamo per davvero.

Praticamente tutti i protagonisti del concerto grosso il Nero a Metà se li era scelti per compagni di una o più avventure ed è ingiusto prendersela con loro per le stonature, il dialetto non azzeccato, il loro apparire alieni rispetto al canzoniere pinodanieliano. Successe qualcosa di simile quando il cantautore rilesse il capodopera «Nero a metà» all'Arena di Verona, con alcuni degli ospiti impegnati l'altra sera a Napoli: sembravano fuori luogo, forse erano il pegno pagato al tentare di restare sulla cresta dell'onda, poi Pinotto restava da solo sul palco ed era... «Tutta n'ata storia».

Come tutta un'altra storia è stata quando le due superband hanno ruggito al San Paolo fiere di essere al servizio di qualcuno che comprendesse davvero il linguaggio utilizzato, codificato nel crogiuolo della Napoli ribelle degli anni Settanta/Ottanta: quando i due sax di Enzo Avitabile e James Senese si sono incrociati a qualcuno è venuta giù una lacrimuccia, non a caso, è stato quello il momento scelto per ricordare Rino Zurzolo, per augurare pronta guarigione a Joe Amoruso. Troppo tardi nella notte? Forse, e pensare che la Nccp, che ha inventato - al servizio di Roberto De Simone - il folk revival italiano è venuta anche dopo. Ma, era scritto nelle logiche del megaconcerto, impaginato con una grafica spettacolare, appesantito da un eccesso di retorica che ha trovato in De Caro e Giallini gli apologeti di una canzone spacciata per poesia, che invece tale non è e non deve essere, perché è altra cosa, lo sa il principe De Gregori, lo sapeva Pino, lo sa il Nobel Dylan.

Perché la canzone è sangue e sudore, melodia e appocundria, pornoromantico messaggio di vitalità estrema, cortometraggio dei sentimenti più spudorati, dei desideri più esibiti, delle rabbie, delle paure, dei desideri, delle lotte. Soprattutto se è la canzone di Pino, che è, è stato, sarà. E, per una notte almeno, l'abbiamo di nuovo cantato tutti insieme: eravamo tantissimi, e bellissimi, sotto il palco soprattutto, a casa davanti alla tv, in macchina con la radio accesa... Felici e feriti, perché il tempo delle cerase è finito da tempo.
 
Sabato 9 Giugno 2018, 10:49 - Ultimo aggiornamento: 09-06-2018 13:37
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2 di 2 commenti presenti
2018-06-09 13:22:58
Per l'amor del cielo!...ma un conto sono gli album come "nero a metà " o quello contente "bella m'briana".. ed altro sono,diciamo, le "ultime"canzoni.Ci informassero gli addetti ai lavori,criticamente parlando !
2018-06-09 12:24:39
qualche lacrimuccia? Io non riuscivo a fermarmi!

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