Addio a Fausto Mesolella
chitarra degli Avion Travel

Fausto Mesolella
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di Federico Vacalebre

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Quando era stato colpito da un infarto, Fausto Mesolella aveva rallentato, aveva iniziato a mangiare sano, dando retta all’amico Red Ronnie che ieri ha dato per primo la notizia via Twitter.
E si era legato ancor di più all’Insanguinata: già perché, come la Lucille di B.B King, la sua chitarra aveva un nome. Con quella faceva strage, con quella, prometteva, come il titolo di un suo delizioso disco per sola sei corde: «Suonerò fino a farti fiorire». E manteneva la promessa, faceva fiorire sorrisi ed emozioni, Mesolella, portato via da un mal di cuore ieri pomeriggio. Sembrava un giorno normale, anzi di più, una bella giornata: in mattinata era stato in studio di registrazione con l’amico di sempre Peppe Servillo, stava lavorando all’album che avrebbe rimesso in pista gli Avion Travel. Poi, dolori al petto, il vomito, la moglie Elisa che chiamava l’amico medico Alfonso Tramontano Guerritore, la paura della figlia Gaia ma... niente da fare, le due ambulanze che sono arrivate quasi contemporaneamente alla casa del musicista, a Macerata Campania, sono andate via senza aver potuto fare niente. Fausto era già morto, lasciando nel dolore la famiglia, i compagni di musica, i fans.
In rete i messaggi di cordoglio si sono moltiplicati minuto dopo minuto in modo esponenziale, iniziando a raccontare la storia di un fuoriclasse mai uscito dal gruppo, dalla Piccola Orchestra a cui tanto teneva, ma capace di fare musica con tutti, di suonare fino a far fiore Raiz e Bocelli, Gianmaria Testa (fece cantare in napoletano il capostazione di Alba: «’Na stella»), Nada e Stefano Benni, Tricarico e Patrizia Laquidara, Samuele Bersani e Giorgio Conte, Rita Marcotulli e Fiorella Mannoia, Gabriella Ferri e Mannarino.
Casertano di vicolo Della Ratta, era nato il 17 febbraio 1953 ed era cresciuto con una generazione - musicisti, attori, scrittori - che aveva saputo evadere dalla «noia e il tedio a morte del vivere in provincia» (Guccini dixit) senza perderne l’allure e la tenerezza. A 12 anni aveva scoperto la chitarra, ancora senza nome, esercitandosi nell’ora di ricreazione. A 15 anni aveva deciso che la sei corde sarebbe stata il suo pane, la sua poesia, il suo futuro, la sua droga quotidiana: i primi gruppi si chiamavano Condor («il primo ingaggio al matrimonio di Ugo, parrucchiere di via Roma»), Coronilla Varia, Prima Pagina. Feste nuziali e di piazza furono la sua scuola, la sua gavetta, la sua università, la sua rivoluzione sociale: imparò a suonare con tutti, per tutti, di tutto. La tradizione melodica napoletana e il rock che arrivava dall’America e dall’Inghilterra come un vento di libertà.
Incise un disco con i Mediterranea, accompagnò Umberto Napolitano a Sanremo (1981), poi, il 16 gennaio del 1986, entrò a far parte degli Avion Travel, che allora si muovevano sul crinale tra rock e no wave. Aveva una Fender Stratocaster rossa, gliela rubarono in un cinema di Casagiove proprio la sera di quel primo concerto. Con Peppe Servillo, Peppe D’Argenzio, Agostino Santoro, Vittorio Remino, Mario Tronco, e poi, mano mano, con Mimì Ciaramella, Flavio D’Ancona, Ferruccio Spinetti e quanti altri transitarono per quella piccola grande orchestra, firmò dischi importanti come «Sorpassando», «Perdo tempo», «Bellosguardo», «Opplà», «Finalmente fiori», «Storia d’amore», «Cirano», «Poco mossi gli altri bacini», la straordinaria rilettura di Paolo Conte di «Danson metropoli», l’omaggio a «Nino Rota, l’amico magico». Elegantissimo e sobrio cantautorato di gruppo, teatralmente servito dal Servillo junior: straordinari dal vivo, gli Avion riuscirono nella missione impossibile di far vincere a Sanremo una bella canzone. Era il 2.000, il cinquantesimo Festival, loro lo espugnarono con «Sentimento» (ma «Dormi e sogna» del ‘98 era molto meglio) grazie alla giuria di qualità, le polemiche durano ancora adesso.
 
 

Quando il gruppo rallentò la sua attività, lasciando spazio alle attività dei singoli, ormai il nome per l’Insanguinata era stato trovato: «Una volta Samuele Bersani, tirandola via dal fodero, disse che lo strumento gli sembrava imbrattato di sangue tanto era vissuto». Tenne insieme John Fahey e Atahualpa Yupanqui, Eric Clapton e Jimi Hendrix. Vinse il Premio Tenco con Raiz e il progetto orgogliosamente terrone-internazionalista di «Dago red», andò in tour con Benni, ai cui versi dedicò il cd «CantoStefano», in cui esordì al microfono con il «pudore di un dicitor cantante»: voleva ripartire dalla lezione di De André, «senza urlare, senza restare vittime di slogan e lamenti chiagnazzari».
Era soul e blues, Mario Merola e Giulietta Sacco, rock e pop, elettrico ed acustico, eversione e musicoterapia, punk e melodia, Eduardo Caliendo e Ry Cooder. Era un virtuoso, ma delle emozioni.
«Senza le feste di piazza e i matrimoni non avrei vissuto di musica, non avrei avuto una gavetta che mi ha insegnato che non esiste musica alta e musica bassa, ma musica che sa toccare il cuore, il cervello, il sesso, i muscoli e musica che non tocca niente», diceva Faustone, che al cinema aveva ispirato l’esordio da regista dell’amico Fabrizio Bentivoglio, «Lascia perdere, Johnny»: il protagonista Faustino Ciaramella era frutto dei suoi racconti a cena, portava il suo nome ed il cognome del fraterno amico batterista Mimì.
E ora... chissà se fiorirà qualcosa dalle session con Servillo e gli Avion, chissà se Raiz riprenderà il nuovo progetto che avevano iniziato insieme, scrivere moderne canzoni napoletane sui versi del poeta Salvatore Palomba: Mesolella aveva inciso da solo un paio di pezzi, provini, ultima prova della sua capacità di suonare fino a farci fiorire.
I funerali si terranno alle 16.30 nella chiesa di Macerata.
Ciao, Fausto, ciao: dormi e sogna.
 
Giovedì 30 Marzo 2017, 19:58 - Ultimo aggiornamento: 31-03-2017 15:41
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