Edoardo Bennato, dopo quarant'anni torna il «burattino senza fili»

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di Federico Vacalebre

Ci sono dischi che sono davvero il segno del tempo - ricordate? «Sign o the times», cantava qualcuno - che hanno attraversato, l’orologio del tempo (stavolta il copyright va a Lucio Dalla) che hanno scandito. Come «Burattino senza fili», che pure è una favola nata nel bel mezzo della temperie che mise i cantautori sotto pubblico processo, che trasformò i palasport in palazzi di giustizia sommaria. Edoardo Bennato, con Lou Reed e Francesco De Gregori, furono tra le vittime di quei tribunali del popolo: il primo era accusato di non essere di sinistra; il secondo di essere di destra, se non proprio nazista; il terzo di non essere abbastanza di sinistra.

Quarant’anni dopo, quei ribelli senza pausa sono andati in pensione - magari dopo essere entrati in banca anche loro, per dirla con Venditti, se non addirittura in quella che un tempo si chiamava Fininvest - ma quel disco funziona ancora, tanto che venerdì la Sony ne ripubblicherà una «legacy edition»: due cd (o vinili), con il disco originale più un secondo di rarità live, versioni alternative in studio e curiosità varie, come quella «Il mio nome è Lucignolo», scritta nel 2005, quando l’lp diede la stura a un musical ancora da vedere, finita poi nel 2015 in «Pronti a salpare»: nell’lp una canzone tutta per il ragazzaccio non c’era, eccolo servito, trasformato in un pierre allucinato. Non manca un libretto riccamente illustrato, con note di John Vignola. E, probabilmente, un tour, quello al via il 28 da Barcellona Pozzo di Gotto, che passerà il 6 novembre dai milanesi Arcimboldi, per chiudersi il 28 dello stesso mese a Napoli, Augusteo.

Ma torniamo a quel vinile così consumato nelle camerette dei ragazzi del 1977, quasi un milione di copie vendute, best seller dell’anno in Italia, davanti a Lucio Battisti («Io tu noi tutti», il disco di «Amarsi un po’/Sì viaggiare») e a Donna Summer («I remember yesterday», dentro c’era «I feel love»). Edo veniva da «La torre di Babele», uno dei più riusciti, e sarcastici lp di rock’n’roll mai usciti nel Belpaese. A quel trascinante lavoro ne fa seguire un altro cesellato in modalità meno adrenalinica, ma quasi perfetto: la favola di Pinocchio è allegoria del potere, ma anche dell’ipocrisia dello showbusiness. Come succederà poi con «Sono solo canzonette» e le avventure di Peter Pan, ogni brano introduce un personaggio. Il burattino che diventa bambino è il bambino che perde la sua innocenza diventando adulto, l’artista che si svende.

Il tutto, però, detto da un cantautore in stato di grazia: «È stata tua la colpa», apre sferzando Pinocchio come un qualsiasi «wannabe» pentito. Alla storia di omologazione, segue quella del violento burattinaio-padrone «Mangiafuoco». La dolce ballata «La fata» è una delle tante donne - matrone & maggiorate - che abbondano nell’immaginario del rocker, schiacciata però dal maschilismo dominante. «In prigione, in prigione», torna al r’n’r, per raccontare il Pinocchio derubato condannato da una giustizia corrotta, come chiunque osi sfuggire all’obbligo della «normalità». I «Dotti, medici e sapienti» a consulto del convalescente anticipano una fervida stagione di uso del quartetto d’archi, di simpatia per l’opera buffa se non proprio per il melodramma. «Tu grillo parlante» quasi continua il brano precedente, sbeffeggiando i sacerdoti della cultura ufficiale. «Il gatto e la volpe» è una chicca retrò, parodia di ogni sorta di consigliori e magnager possibili. Chiude l’eterna minaccia normalizzatrice di «Quando sarai grande», anzi non chiude, perché c’è una coda strumentale, orchestrale, di «Dotti, medici e sapienti» come ghost track, anche se allora non si chiamava così.

In attesa che il musical del burattino senza fili diventi davvero realtà, Edo guarda con distacco al ritorno in grande stile di uno dei suoi lavori migliori, oltre che più venduti: non ha più un grande feeling con la discografia, se mai l’ha avuto. Ma è fiero di questo lavoro, oggi persino più di ieri: «Collodi era un gran provocatore, usava la fiaba come io il rock: per avere il permesso di sbeffeggiare i potenti senza che tutti se ne accolgano. Il linguaggio fiabesco, come il mio sarcastico, provano a rimetterci in cammino verso un mondo meno imperfetto. Anche se il burattino resta vincolato ai meccanismi del sistema e non sarà mai davvero libero. Come tutti noi».

Peccato solo che tra le registrazioni live di questa «legacy edition» non ce ne sia nessuna del gran finale, era il giugno ‘78 ormai, al San Paolo. Il biglietto costava 500 lire, oltre trentamila persone sugli spalti a pochi metri da casa Bennato, supporter Patrizia Lopez e Giorgio Bennato, il fratello minore che aveva scelto il cognome d’arte di Zito, rubandolo a mamma Adele, che con papà Carlo si godevano in platea il trionfo del figlio, del burattino rock senza fili. Che prima di attaccare «Campi Flegrei» ricordò: «Io, veramente... abito in un cortile da queste parti e da piccolo ascoltavo la musica americana dai juke-box e dai dischi di Magda, che era la sorella di un mio amico». Non sono solo canzonette, a volte sono storie di vita vissuta.
Martedì 10 Ottobre 2017, 10:17 - Ultimo aggiornamento: 10-10-2017 11:37
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