Giù le mani dall'amico fragile:
non santificate De André

Fabrizio De André
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di Federico Vacalebre

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Questa del principe libero è la storia vera che scivolò in una fiction in una doppia sera: verrebbe voglia di metterla così la levata di scudi del popolo deandreiano, che Faber non fu principe, ma di sicuro libero, anche se la serie tv in due puntate ha scelto quel titolo citando una citazione del pirata Samuel Bellamy da lui usata sulla copertina di «Le nuvole». In rete la rivolta è netta, non diremmo virale, che il signore dei cantautori conosceva un altro significato di quella parola: giù le mani da Fabrizio, chiedono in tanti, giù le mani dalle nostre emozioni.
Nel biopic (bisognava digerirlo per poterne parlare senza inutile astio) con il romanesco Luca Marinelli che ha paura di dire «belìn» perché non sa dirlo con l’accento giusto, come nelle affermazioni di Salvini che prova ad arruolarlo nel suo pantheon personale, l’amico fragile non c’è: gli tocca lo stesso trattamento che spettò al suo maestro dichiarato Georges Brassens, tirato al tempo per la giacchetta dai cattolici (nel nome della solidarietà) come dai comunisti (per il suo tifare per gli ultimi), lui che voleva restarsene tra le sue donne, i suoi gatti, le sue musiche, le sue ballate dedicate alle puttane, ai barboni che sapevano dividere pane e vino. Lui libertario e per questo anarchico, irriverente e per questo scomodo, pornografo e priapista piuttosto che inquadrato nella morale comune. Proprio come il cantautore di «Khorakhanè», inno alla libertà insopprimibile del popolo rom che farebbe rizzare i capelli al leader leghista, e non solo a lui, purtroppo.
Santificare Fabrizio, vuol dire non averlo amato, non averlo capito, confonderlo con i motivetti da karaoke, non saper leggere nelle pieghe della sua storia d’amore e d’anarchia, non aver frequentato la sua «Cattiva strada». Trottolino amoroso sulla Rai, cantantino come tanti altri per i politici in cerca di un attimo di notorietà, il genovese che si fece sardo e scelse Napoli come altra patria morale («per Eduardo, Totò, Murolo e la cazzimma», spiegava, «perché qui si è anarchici di pancia, per nascita») non merita l’altarino che gli stanno costruendo attorno, anche se è comprensibile l’atteggiamento di Dori Ghezzi di appoggiare ogni forma di omaggio, di ricordo, di celebrazione.
Ma Faber va ricordato nel whisky torbato in cui sono nate le sue canzoni, nella rabbia spaventata di Piero che doveva sparare ad un uomo che aveva il suo stesso «identico umore ma la divisa di un altro colore», nella ninfomania orgogliosa di Boccadirosa, nell’autoritratto del suonatore Jones, nella cronaca di ordinaria follia repubblican-camorrista di «Don Raffae’», nelle mestruazioni della Madonna rintracciate nei Vangeli Apocrifi, nella decisione del prigioniero di restarsene in cella per non respirare la stessa aria del secondino, nell’intera sua opera davvero in direzione ostinata e contraria. Quella che in tv non può passare, quella che nei pantheon dei politici non serve a raccogliere voti. Perché quella dell’amico fragile è la storia vera che scintillò nelle anime senza bandiera.
Domenica 25 Febbraio 2018, 22:05 - Ultimo aggiornamento: 25-02-2018 22:06
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