Alice Cooper, rocker cattivo e bravo ragazzo: «Mi alzo presto e leggo la Bibbia»

di Simona Orlando

Alice Cooper chiede di fare l’intervista alle otto. Del mattino. Non è l’orario che ci si aspetta dalla leggenda dello shock rock, re del vaudeville horror che sul palco si presenta con camicia insanguinata, ghigliottina, pitoni al collo e che da fine anni ’60 terrorizza i genitori, facendosi così adorare dai figli. Non è nemmeno reduce da una notte dissoluta con i nuovi compagni di viaggio Joe Perry, chitarrista degli Aerosmith e Johnny Depp, lanciati nell’avventura degli Hollywood Vampires, il supergruppo che ha chiuso il tour mondiale domenica a Roma, alla Cavea dell’Auditorium (spin off di Rock in Roma).

Niente truculenza e morality play. Al netto della parte teatrale che Vincent Furnier, nato a Detroit 70 anni fa, interpreta nel progetto solista, e che comunque ha forgiato dai Sex Pistols ai Kiss e Marylin Manson, questo è un concerto di puro hard rock, con tre brani originali, e cover di Doors, Who, Motörhead, Led Zeppelin. Lui, ci tiene a specificare, non ha niente a che vedere con il personaggio che mette in scena: «Io mi alzo presto la mattina, leggo la Bibbia, gioco a golf, la domenica vado a messa con la famiglia. Ho tre figli e sono sposato con la stessa donna da 42 anni. Sul palco mi trasformo. Anzi da ora chiamami Alice, non Signor Vincent».

Alice, lei ride ma non scherza.
«E’ una distinzione che mi ha salvato la vita. Quando smisi di bere, capii che l’arte è illusione ed è molto più sicuro interpretare un personaggio che diventarlo. Mi sono risparmiato una targa nel club dei 27 e di finire come gli amici con i quali negli anni ’70 a Los Angeles formavamo il nucleo originale degli Hollywood Vampires. Ci incontravamo in una sala del Rainbow Bar and Grill ed era puro spasso. C’erano John Lennon, John Belushi, Keith Moon, il più grande batterista della storia, che ogni sera veniva vestito diverso, una volta da Regina d’Inghilterra, un’altra da Hitler. Bevevo con Jim Morrison e Jimi Hendrix, tutti finiti tragicamente».

Col senno di poi, è valsa la pena morire per consacrarsi alla leggenda?
«Non so fino a che punto sia stata una scelta. La verità è che non conoscevamo il limite fra libertà e autodistruzione. Passammo tutti dal guadagnare pochi dollari a sera a contratti milionari e nessuno di noi aveva un manuale di istruzione per gestire il ruolo di rockstar, la fama e i soldi. Era molto facile esagerare con alcol, droghe, donne, e in tanti si sono consumati. La generazione successiva ha imparato da loro a non morire. Steven Tyler, Mick Jagger, Rod Stewart, Iggy Pop e io abbiamo attraversato la giungla di eccessi e siamo sopravvissuti. La nostra sì, è stata una scelta».

Si sente più in forma oggi che a vent’anni?
«Senza dubbio. Sono dipendente dalla sobrietà dagli anni ‘80. Mi sono salvato con la fede e la spiritualità. Sono diventato discepolo di Cristo e ho cambiato stile di vita. Se c’è una cosa che Dio non ha detto è che io non potevo essere una rockstar. Mi ha creato rockstar e, visto che ci vuole eccellenti e non mediocri, lo faccio al meglio. Avere fede non significa mica stare tutto il giorno inginocchiati a pregare».

Nel 2011, sul set del film Dark Shadows, incontrò Depp, lo invitò a suonare un po’ di cover in memoria degli amici caduti e lo arruolò nei nuovi Hollywood Vampires. Perché proprio lui?
«Quando improvvisammo il primo concerto, scoprii che conosceva tutti i classici del rock, era una specie di jukebox. E’ stato chitarrista ben prima di diventare attore ed è davvero bravo. Io e Joe Perry, con cinquant’anni di onorata carriera alle spalle, scegliamo solo la qualità. Dico di più: se mancasse un chitarrista alla Alice Cooper Band, non esiterei a chiamare Johnny»

Depp sembra diventare sempre più disinvolto sul palco.
«E’ proprio così. All’inizio si sentiva un outsider, ma io e Joe gli abbiamo garantito che non è nella band in quanto famoso attore e questa cosa gli ha dato un senso di appartenenza. Certo, molte donne nel pubblico lo amano per altri motivi e lo capiamo. Lui con questa cosa ci ha fatto pace e basta sentirlo suonare o cantare Heroes di Bowie per capire che questo è il suo posto»

Nel primo disco compare anche Paul McCartney. Ai vostri livelli lo trattate da amico o da mito?
«Entrambe le cose. Quando si sedette in studio a suonare, noi tre non facevamo che guardarci increduli: «Renditi conto, questo è McCartney!». Però per scherzo gli preparammo un banchetto a base di hamburger e schifezze varie, sapendo che è vegetariano. Come rito di iniziazione gli chiedemmo di intingere liquirizia rossa nel guacamole e lui lo fece. D’altronde i Beatles erano ragazzi simpaticissimi. Più sei un grande, più sei gentile, perché non devi dimostrare niente a nessuno. Questo l’ho imparato nel tempo».

Non c’è mai stata una discussione negli Hollywood Vampires?
«No, siamo tutti siamo al massimo della collaborazione. Chi l’avrebbe mai detto con tre ego di questo calibro? Ci rispettiamo così tanto che facciamo passi indietro facilmente per trovare un accordo».

Avete già scritto il secondo disco?
«Sì, uscirà a Natale, e stavolta saranno solo brani originali molto duri, niente cover. Intanto a Roma faremo un finale esplosivo».

C’è ancora vita nel rock?
«Mi piacciono Green Day e Foo Fighters, poi non ho visto molte altre cose originali. Ai miei tempi dovevamo competere con Led Zeppelin e Rolling Stones, era una continua sfida a migliorarsi e a distinguersi. Però da questo tour ho capito che è un buon periodo per il rock. Va a cicli e sta tornando a girare. La gente ne è affamata, infatti riusciamo a riempire ogni stadio e arena. Parlo di rock vero, non di Beyoncé».
Lunedì 9 Luglio 2018, 15:13 - Ultimo aggiornamento: 09-07-2018 16:15
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