Alberto Fortis al Mattino: «Quarant'anni dopo ricomincio dal mio inizio»

di Federico Vacalebre

Ci crede molto, Alberto Fortis, in questo suo «4Fortys», gioco di parole per celebrare i 40 anni dall'uscita del suo lp d'esordio, che portava il suo nome per titolo e che in realtà uscì trentanove anni fa, nel 1979, annata d'oro cantautorale («L'era del cinghiale bianco» di Battiato, «A muso duro» di Bertoli, «Cogli la prima mela» di Branduardi, «Un gelato al limon» di Conte, «Pino Daniele»), «Viva l'Italia» di De Gregori, «La mia banda suona il rock» di Fossati, «Buona domenica» di Venditti). In quel disco, l'uomo di Domodossola aveva subito messo tutto se stesso, la rabbia e il lirismo, la pancia e il sogno surreale, gli sfoghi per il difficile esordio («A voi romani», «Milano e Vincenzo») e il falsetto introspettivo («La sedia di lillà») o paradossale («Nuda e senza seno»).

Perle che tornano nel primo dei due cd di «4Fortys» (Azzurra Music), la scaletta è quella originale, ma in versione piano e voce live in studio, nude e crude, ancora emozionanti, più «Settembre», hit allora ancora da venire, e «Eish I knew», scritta con l'ex Lounge Lizards Steve Piccolo, vecchia conoscenza del pop italiano. «Ma forse tengo di più al secondo cd», racconta Alberto, passato da Napoli per presentare il suo lavoro da Giancar, superstite negozio di musica alla Ferrovia, «perché ci sono tre canzoni nuove, e quelle di quel primo lp reinventate con la mia Milandony Melody Band». C'è anche il rap, lui lo chiama «sweet rap» e rivendica di esserne stato un precursore: «La mia Plastic Mexico è stato uno dei primi pseudo rap italiani».
 

«Caro Giuseppe» parla della Madonna e del falegname più famoso della storia, che invece della stella cometa seguirebbero il navigatore del telefonino, se a Betlemme ci fosse il wi-fi: «Non ho nulla contro la tecnologia, anzi, come contro i social, ma dobbiamo imparare ad usarla, a usare il nostro libero arbitrio».

«Alberto Fortis» lanciò un giovane arrabbiato verso il successo, il produttore era Alberto Salerno, l'arrangiatore Claudio Fabi, tra i sessionmen c'era un bel pezzo di Pfm: «Era un periodo molto creativo, ma non sono un nostalgico, ci sono ragazzi che meritano tanto oggi, anche tra i rapper. Però li deve muovere la passione, devi avere qualcosa da dire, da urlare, da sognare, anche a costo di essere frainteso, come successe a me con quell'invettiva verso una certa Roma padrona, quella ladrona la si scoprì dopo. All'epoca quel mio sfogo fece clamore, fu anche frainteso, oggi quel pezzo me lo chiedono anche nella capitale».
Domenica 1 Luglio 2018, 12:00 - Ultimo aggiornamento: 01-07-2018 12:00
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