Addio a Tom Petty, il Cappellaio Matto del rock

Tom Petty con Bob Dylan
di Federico Vacalebre

È stato uno dei grandi narratori americani, Tom Petty, e aveva scelto di raccontarlo il suo sogno/incubo a stelle e a strisce sempre armato di una chitarra, sempre on the road. Il Cappellaio Matto del rock, che avrebbe compiuto 67 anni il 20 ottobre, è stato colpito ieri da un infarto nella sua casa californiana a Malibu, da dove è stato trasferito d'urgenza all'ospedale di Santa Monica, dov'è morto mentre intorno a lui nasceva un giallo, tra annunci e smentite della sua scomparsa, fino alla fatale notizia: il cuore del re degli spezzacuori si è spezzato, Tom non c'è più, se n'è andato alle 5.40 di stamattina, la sua carriera si è chiusa con i tre concerti di lunedì scorso all'Hollywood Bowl di Los Angeles.
Erano le tappe finali del tour in cui celebrava i quarant'anni dal suo esordio, faveva toccato 24 stati con 53 show, forse sarebbero stati gli ultimi comunque, perché, aveva spiegato a «Rolling Stone»: «Mentirei se non dicessi che questo potrebbe essere l'ultimo tour. Abbiamo tutti più di sessant'anni. Ho una nipotina che vorrei vedere più che posso, e non voglio passare la mia vita per strada».
La vita di Thomas Earl Petty, da Gainesville, Florida, si colorò di futuro quando Elvis Presley visitò la sua città e quando vide i Beatles in tv all'«Ed Sulliva show». Nel 76 formò gli Heartbreakers con Mike Campbell e Benmont Tench consegnando un lp d'esordio che, nonostante il successo di «Breakdown», era troppo duro per il mercato pop e troppo soft per i ribelli punk. Nel 79, però, la sua classe di songrwiter fu chiara a tutti: «Damn the Torpedoes» arrivò fino al terzo posto nella hit parade Usa. Il suo canzoniere successivo e le sue performance dal vivo alzarono le sue quotazioni, fino a quando Bob Dylan non lo volle al suo fianco, prima assoldando tutta la band in tour, poi coinvolgendolo nei Traveling Wilburys, insieme a Roy Orbison, George Harrison e Jeff Lynne, un vero supergruppo, un vero divertissement.

«Full moon fever» del 1989 fu il suo primo album solista, anche se gli Heartbreakers erano sempre al suo fianco, e ricomparirono nel nome di ditta nel 91, con l'ottimo «Into the great wide open», per sparire di nuovo nel 94 di «Wildflowers», prodotto da Rick Rubin, e ricomparire ancora e sempre. Da lì, fino a «Highway companion» (2006), «Mojo» (2010) , «Hypnotic eye» (2014) non successe molto di nuovo, ma la sua zazzera bionda aveva ormai conquistato il posto che gli spettava nell'empireo del rock d'autore. Non solo per gli oltre 80 milioni di dischi venduti, ma per la passione per i «Southern accents», per i lancinanti feedback, il jingle jangle sound rubato ai Byrds, i ritornelli mozzafiato, le storie ambientate in panorami desertici, i blues che si fondevano con gli echi voodoo di Bo Diddley, la fedeltà all'estetica del ragazzo di strada salvato dal suono degli anni Sessanta. L'uomo di Duluth non aveva dubbi: «L'ultima grande band americana». Alla sua morte Sua Bobbità si è detto «sotto shock» piangendo il grande artista e «l'amico pieno di luce», ma a ricordare il grande classic rocker sono stati in tanti, da Paul Stanley dei Kiss a Mark Lanegan, da Billy Idol a Chick D, dai Nickelback a Stephen King, da Juliette Lewis a Kid Rock, mentre l'America sconvolta dalla strage di Las Vegas si ritrovava nella bandiera possibile rappresentata da canzoni come «I need to know», «Refugee», «You got lucky», «Don't come around here no more»,  «Runaway trains, «Into the great wide open tradotta in italiano da Cristiano De Andrè, «I won't back down», «Free fallin'». E, naturalmente, «American girl».
Martedì 3 Ottobre 2017, 09:50 - Ultimo aggiornamento: 03-10-2017 14:20
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