Il presidente di Confidustria Boccia a Giffoni: «Il decreto dignità? Migliorabile»

di Alessandro Mazzaro

«Giffoni è un modello di industria light che mi fa essere ottimista per il futuro». Ad affermarlo il presidente nazionale di Confindustria, Vincenzo Boccia, ospite della quinta giornata del Giffoni Experience 2018. Un'occasione per visitare le nuove strutture che ospitano la kermesse e per salutare i ragazzi ed affrontare con loro i temi caldi del momento. 

«Giffoni – ha affermato - lo dimostra nei fatti. Il Sud ha grandi potenzialità, bisogna partire dalla questione giovani che è determinante per il futuro del Paese. Costruire una piattaforma per restituire la centralità alla questione industriale, mettendo il Sud al centro, attraverso una dotazione infrastrutturale all’altezza della seconda potenza industriale d’Europa e con un grande piano di inclusione giovani: tutto questo consentirà di trasformare l’ansia in speranza, in progetto, in futuro». 

A proposito di temi caldi, ineludibile un giudizio sul Decreto Dignità: «Si può migliorare portando il termine per i contratti a tempo determinato acausale a 24 mesi e non a 12. Sulle delocalizzazioni, poi, bisogna chiarire meglio per evitare aree grigie interpretative nella logica che vanno combattute le delocalizzazioni selvagge. Non è certo questo decreto, che non mette risorse ma che anzi aumenta il costo del lavoro, che risolve le grandi questioni economiche del nostro Paese. Abbiamo indicato miglioramenti perché il governo possa raggiungere gli obiettivi e provi a tutelare coloro che con questo decreto dice di voler tutelare. In particolare sui contratti a termine e delocalizzazione. Il dibattito è l’anima della democrazia, nessuno si deve offendere. Voglio anche dire che il decreto è antitetico rispetto al contratto di programma che si fonda su reddito di cittadinanza e flat tax. Anzi, sarebbe bello capire cosa ne pensano gli esponenti della Lega della flat tax».

In chiusura, una pensiero per Sergio Marchionne: «Quando è entrato in Fiat - ha detto - non c’era evidentemente la necessaria maturità sindacale. Il contratto di fabbrica mutuava una modalità tedesca grazie alla quale la produttività della Germania è schizzata alle stelle. L’abbiamo capito tardi. L’industria italiana è una questione importante di un grande Paese, un Paese che è la seconda potenza industriale europea e che deve molto all’export. Ricordare questi fondamentali fa bene a tutti, fa bene alla politica. Con il contratto di fabbrica oggi non ci sarebbero più le condizioni per l’uscita di Fiat da Confindustria, per quanto non c’è mai stata un’uscita in termini assoluti dal sistema confindustriale. Oggi Fiat è un’azionista italiano ed è un player globale. Per l’Italia ci vogliono tante e tante Fiat, con cuore e testa italiani e visione globale».
 
 
Martedì 24 Luglio 2018, 19:04 - Ultimo aggiornamento: 24-07-2018 20:37
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