Venezia, Valeria Golino: «La vita vista senza occhi? Il mio ruolo più difficile»

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di Titta Fiore

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inviato a Venezia

Quando non scende in campo direttamente, nel concorso principale, Napoli città del cinema s'impone alla Mostra con il talento dei suoi attori. Valeria Golino è la stella più luminosa del gruppo, diva internazionale che delle sue origini partenopee ha sempre fatto un punto di forza. Nella commedia sentimentale di Silvio Soldini «Il colore nascosto delle cose» interpreta una donna non vedente, risoluta, realizzata nel lavoro, capace di far innamorare il pubblicitario cialtrone Adriano Giannini e di cambiare la vita di chi le sta intorno.

Calarsi nel personaggio le ha richiesto un gran lavoro tecnico - ha girato bendata per la città per imparare a muoversi, per esempio, ha usato il bastone bianco nel traffico e «invaso la vita degli amici non vedenti per capire come usano il cellulare, come fanno la spesa, come girano per casa» - ma le ha fatto conoscere un mondo: «Ho imparato a essere più essenziale ed equilibrata, a fare a meno dei fronzoli della seduttività. La cosa più difficile? Far finta di non vedere e non poter usare lo sguardo per trasmettere i sentimenti. Come attrice mi sono sentita disarmata». Il film, fuori concorso, arriva oggi nelle sale, tra qualche settimana Valeria, che a Venezia ha già vinto due Coppe Volpi, comincerà a girare il suo secondo film da regista dopo il successo di «Miele». Questa volta, in «Euphoria», racconterà di due fratelli che si ritrovano dopo molto tempo. Del personaggio che le ha regalato Soldini dice: «È fragile ma non debole, aspirerei a essere una persona così».

Sotto un cielo pieno di pioggia Marco D'Amore e Salvatore Esposito aspettano di entrare in sala per i rispettivi film. Flash dei fotografi, riprese televisive e folla di fan, tutti vogliono il selfie con i divi di «Gomorra», anche se i due attori, qui, recitano altro. Esposito chiude con «Veleno» il programma della Settimana della Critica: nel film di Diego Olivares con Luisa Ranieri e Massimiliano Gallo, è un giovane avvocato colluso nella Terra dei Fuochi. D'Amore, invece, è tra i protagonisti di «Brutti e cattivi» (Orizzonti), la commedia nera scorrettissima di Cosimo Gomez accolta da molte risate e applausi: in questa sorta di «Soliti ignoti 4.0» l'attore interpreta un rasta tossico e strafatto che tutti chiamano il Merda (in realtà il suo vero nome sarebbe, per somma ironia, Giorgio Armani); accanto a lui, Claudio Santamaria è il Papero, un mendicante senza gambe, Sara Serraiocco è Ballerina, la sua bella moglie senza braccia, e Simoncino Martucci il rapper nano Plissé. Stufo di elemosine e stenti, il gruppo tenta il colpo della vita rapinando la banca che gestisce i soldi della mafia cinese.

Errore fatale. E così, nella loro bizzarra corte dei miracoli criminale, tutti finiscono per fregare tutti, in una girandola di inseguimenti, tradimenti incrociati e vendette sanguinose che esplodono in un pirotecnico finale. «Avidi, cattivi e spietati, i nostri eroi lottano come tutti per la felicità, che nel caso coincide con l'avidità personale» dice Gomez, al debutto nella regia dopo un'importante carriera come scenografo e direttore artistico. «Insomma, che siano disabili è un dato, non un intralcio». Trasformarsi radicalmente è stata per gli attori una tentazione irresistibile: Santamaria si è fatto fare perfino il riporto, Serraiocco ha recitato con le braccia legate dietro la schiena («ora sono capace di truccarmi con i piedi, proprio come Ballerina»), quanto a D'Amore, racconta di aver provato per la prima volta l'ebrezza di avere tanti capelli: «Per Claudio e Sara la difficoltà era la mancanza fisica di qualcosa, io per calarmi nel personaggio ho fatto un percorso tricologico».

E, sempre oggi, si vedrà alla Mostra un piccolo gioiello fuori standard, «Il signor Rotpeter» che Antonietta De Lillo ha realizzato «napoletanizzando» il celebre testo di Kafka «Una relazione per un'Accademia» e affidando ad una straordinaria Marina Confalone il ruolo della scimmia diventata uomo, personaggio archetipico nel suo ragionare di scelte, sopravvivenza, libero arbitrio. Tutto nasce da una performance teatrale tenuta dalla stessa Confalone in un'aula dell'università Federico II, e dalla collaborazione di De Lillo con Marcello Garofalo sul successivo progetto cinematografico. «Parlando di sé stesso in un'intervista immaginaria Rotpeter finisce per parlare della condizione umana, asservita al potere. Lui sente il bisogno di non lottare solo per se stesso, e sembra questa l'unica strada ancora percorribile».

 
Venerdì 8 Settembre 2017, 09:15
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