Marra e un prete nella Terra dei fuochi: «Non si narra Napoli a senso unico»

di Titta Fiore

Inviato a Venezia

Due figure di sacerdoti. Il dubbio della fede. La scelta di un percorso. Vincenzo Marra sintetizza così, con brevi immagini icastiche, i temi del film che dopo anni passati a lavorare in giro per il mondo lo ha riportato a casa. O meglio, al progetto di raccontare quella parte del territorio più difficile e scomodo: le periferie malamente urbanizzate, la Terra dei fuochi contaminata dai rifiuti tossici, interi quartieri contagiati dalla criminalità. È così, Marra, un regista che non si accontenta di restare in superficie. La sua cinepresa scava nella cronaca e nelle coscienze. Difficile restare indifferenti. 

«L'equilibrio», presentato con successo alle Giornate degli Autori, è la storia di un prete che non ha paura. Don Giuseppe si occupa di migranti in una piccola diocesi di Roma ma, messo in crisi nella sua fede, chiede di essere trasferito nel napoletano, dov'è nato e dove proverà a sostituire il più navigato don Antonio con l'entusiasmo e il coraggio del neofita. Scoprire i colossali affari che stanno dietro all'interramento illecito dei rifiuti tossici, il dramma di una bambina abusata in famiglia e il non fermarsi davanti alle intimidazioni sono per lui una naturale scelta di campo. Ma alla fine lo scontro con l'ambiente ostile e violento lo metterà spalle al muro. «L'equilibrio» è il racconto di una sconfitta, Marra? «È il percorso di un uomo che non si piega alla paura e non si sottomette all'omertà. Non necessariamente un eroe, direi piuttosto un seminatore di dubbi. Il suo è un cammino cristologico».

Nei panni di don Giuseppe c'è Mimmo Borrelli, drammaturgo e attore qui alla sua prima prova da protagonista al cinema: affronta il suo personaggio, sempre in scena, in un corpo a corpo di ostinata intensità. Ancora Marra: «Sono cresciuto in una famiglia con molti preti, conosco l'ambiente e mi è sempre piaciuta l'idea di fare un film di forte spiritualità legato, però, ad una storia terrena. Ci pensavo da ragazzo e ne parlavo anche con il mio grande papà, che aveva visto Le onde del destino di Lars Von Trier e ne era rimasto folgorato».

Girare «L'equilibrio» è stata anche una sfida al pensiero unico che vuole Napoli e il suo hinterland raccontati solo a tinte forti. «Della generazione dei quarantenni, la mia, se ne sono andati tutti» dice il regista, «e quelli rimasti fanno per la maggior parte gli avvocati penalisti, guarda un po'. Poi giri l'Italia, vai all'estero e trovi professori universitari, luminari della medicina, grandi magistrati napoletani. Perché noi esportiamo anche altro. Noi scegliamo anche per il bene. E c'è chi torna. Il prete del mio film vuole tornare a fare del bene a casa sua. Una metafora per raccontare le tante facce della nostra terra». Vincenzo Marra fa cinema da vent'anni, un bel traguardo. È andato là dove lo portavano le storie nate dalla sua fantasia o dalla sua passione di documentarista. Quando parla di cinema del reale, sa quel che dice. E tante volte ha pensato di tornare. «Nel 2005 organizzai in Palestina una scuola di cinema e regalai a quei bambini l'idea che un foglio e una matita potessero essere un'arma potentissima contro l'emarginazione. Mi sarebbe piaciuto fare qualcosa del genere anche a Napoli. In vent'anni ho realizzato otto film in lingua napoletana che hanno avuto il privilegio di esser invitati ovunque. Penso di aver difeso la città, e che aver scelto di non cavalcare certi temi di cronaca nera abbia un senso. Invece...». Invece, aggiunge, quei temi vengono raccontati da chi non li conosce, «e questo fa rabbia». Invece, «Napoli è un mondo» e il rapporto del regista con la città «è come una storia d'amore a senso unico: sarebbe bello se ogni tanto fosse anche l'altra a fare una telefonata».
Mercoledì 6 Settembre 2017, 09:19
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