Totò, festa al Teatro San Carlo con «Miseria e nobiltà» | Video

di Valerio Caprara

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Sold out domani al San Carlo per Totò. Per un film che tutti conosciamo a memoria. Ma che tutti, o almeno in tanti, vogliono vedere nella ritrovata visione della copia restaurata: appuntamento alle 20 per i fortunati acquirenti dei biglietti da 5 euro sul sito del San Carlo, che troveranno ad accoglierli il governatore Vincenzo De Luca, Felice Laudadio e Valerio Caprara in rappresentanza di Regione, Centro sperimentale di Cinematografia e Film Commission Campania che hanno restaurato la pellicola, quasi distrutta di «Miseria e nobiltà», il film di Mario Mattoli del 1954. Partendo da un negativo completamente rovinato tecnici del calibro di Beppe Lanci e Federico Savina hanno riportato in vita, nel formato digitale del 4K ma pronto anche per un ritorno su pellicola, il capolavoro che continua intanto ad andare in onda sulle tv private in una versione tagliata, deteriorata, qualche volta in bianco e nero. In sala, ad accogliere il tutto esaurito per Totò al San Carlo e a chiudere le celebrazioni volute dalla Regione per il cinquantenario della scomparsa, anche la nipote dell’attore Elena Anticoli de Curtis. Qui accanto, il saggio che Caprara ha scritto per l’occasione.
 

Totò, la lotta continua. Sembra un paradosso perché la totologia è pressoché diventata materia accademica e la bandiera dei suoi fervidi cultori si è stinta nel tempo. Eppure, a causa di uno di quegli strani fenomeni che sfuggono ai diktat dell’esistente, la polemica ancora cova sotto la cenere e potrebbe persino divampare di nuovo a dispetto del comprensibile, ma non del tutto limpido unanimismo che ha avvolto la figura e l’opera del sommo attore riuscendo a poco a poco persino ad appannare le ragioni dell’antica rivalutazione. 

A questo proposito non è pleonastico riaprire l’album dei ricordi di chi, come il sottoscritto, ha militato nei ranghi dell’offensiva cinéfila scatenata dai veementi interventi di Goffredo Fofi. Sembrò a noi come ai dissidenti (che occupavano saldamente le istituzioni governative dello spettacolo, le rubriche di cinema su giornali e riviste, le direzioni dei cineclub, i ruoli da esperto in televisione, le primissime cattedre dello spettacolo istituite nelle università ecc.) che la vertenza fosse giunta al termine quando era già diventato meno frequente incontrare chi s’attardasse a discutere sull’artisticità o meno dei film di Totò. La conferma della grandezza del principe della risata, infatti, veniva ormai individuata nel carisma allo stato puro, quella carica che conferisce aggressività alla maschera e ribadisce a ogni scatto di fotogramma come nello specchio deformante del mattatore si riproducano a ciclo continuo l’arte di arrangiarsi, la fame, l’imbroglio, la beffa, la golosità sessuale, lo show perenne, insomma, di un’umanità che non possiede e non crede a un futuro.

Dietro il «nostro» Totò, insomma, non risplendevano le sorti magnifiche del paese, bensì i bagliori di indomabili insofferenze e vitalistiche irriverenze. Quei film senza pedigree critico, in effetti, diventarono vessilli di liberazione anarchica, magari l’innesco per far esplodere la santabarbara della scena postmoderna o addirittura la premonizione farsesca del cittadino del domani, una sorta di cyborg in grado di scardinare i dati della sua stessa prigione biologica. 

Senza più trascurare, com’era e forse è ancora abituale, il coraggio dei precursori: Oreste del Buono, per il quale la critica aveva sbagliato sin dal principio, stabilendo una dipendenza fra il regista di turno e l’attore («...è stato bravo, bravissimo nei suoi film peggiori come in quelli migliori»); il fulminante Ennio Flaiano, per il quale Totò «non esisteva in natura; non era vero» e rappresentava piuttosto, «la zona metafisica, non i caratteri, ma l’imponderabile, il grottesco, l’inverosimile. Totò va cercato nel suo centinaio di film, non in uno solo, nella continua follia di una maschera che non fa della satira e tanto meno della sociologia, ma propone esclusivamente se stessa»; o magari Sandro De Feo, il cui apprezzamento andava tutto alle farse sgangherate in cui Totò «con una crudeltà e una disciplina e un rigore geometrico che avrebbe riempito di entusiasmo Artaud compiva una di quelle operazioni di distacco, di deviazione e di alienazione delle varie membra del proprio asse, in un certo senso l’equivalente, nel suo campo, delle figure di Picasso e della musica dodecafonica». 

I cinefili maturati nel clima del Sessantotto dunque ritenevano che l’attore fosse uscito vittorioso dallo scontro mortifero con l’umanesimo populistico, lo avevano arricchito di nuove sfaccettature senza comprometterne il profilo di fondo e indicato come risultati esemplari i film di Mattoli, Mastrocinque, Steno o Monicelli e le apoteosi nonsensiche di «Miseria e nobiltà», «Totò a colori» e soprattutto «Totò, Peppino e la malafemmina». Commentava non a caso Orio Caldiron in quel periodo felice: «Certo si ha l’impressione di guardare l’arazzo dall’altra parte, tanto nel giro di pochi anni le cose sono cambiate, capovolti atteggiamenti ieri diffusi, scomparsi pregiudizi e tabù; ieri sibilavano nell’aria gli sberleffi pesanti come insulti e magari i più sprovveduti sussurravano in privato balbettanti apologie, ora gli elogi sono sperticati e ufficializzati, mentre forse, chissà, si viene riproducendo una intemerata carboneria di ultimi refrattari. Nel ’77 a dieci anni dalla morte, siamo già ai “vent’anni dopo”, le irruenti polemiche giovanili sembrano placarsi nei capelli bianchi, il pugno di ferro sostituito dall’accortezza diplomatica, è rimasto soltanto qualche figlio di Milady a meditare piani di vendetta». 

È vero, per concludere, che la qualità e la pertinenza delle moderne celebrazioni – di cui la serata al San Carlo per il restauro di «Miseria e nobiltà» rappresenta un fiore all’occhiello - ha pressoché demolito il protervo ricorso a un napoletanismo contrassegnato dal vittimismo, la demagogia e la retorica. Eppure i più attenti continuano a percepire come un rumore di fondo, lo stesso leitmotiv sentenzioso, moraleggiante e piccoloborghese che troppo spesso viene sbrigativamente abbinato alla mitografia di Eduardo. 

È sempre Fofi, in questo senso, a farsi portatore del dubbio più scomodo: «Totò va bene per chi ricorda il mondo che lo ha prodotto e non ne rifiuta la miseria e la nobiltà, e ne ha anzi qualche nostalgia. Ma è una presenza ormai evanescente, un piccolo fauno irrispettoso, un grillo saltato dal focolare direttamente dentro la televisione. Fa compagnia, è una presenza più affettuosa che aggressiva».

Ed ecco come e perché la lotta continua. Possiamo permettere che Antonio De Curtis e il suo doppio vengano confusi nella routine dei comici in servizio permanente politico, nelle satire all’acqua di rose dopate da un pizzico di sociologia, nelle sortite della compagnia stabile della (presunta) neocommedia italiana alla ricerca sempre più ardua di un posto al sole del botteghino? Non cercate di manipolare Totò, non nascondete il suo penchant «volgare», non trasformate la sua irriducibilità nello zelo del moralista, non riverniciatelo di benpensantismo. L’uomo svitabile, fantasista e macchiettista dei povericristi non è uno zombie delle vecchie battaglie redentoristiche. Gli omaggi che gli dobbiamo, insomma, possono essere solo concreti, filologici, integrativi e in ogni caso mirati a fare in modo che le future generazioni possano usufruirne con cognizione di causa anziché cadere nelle braccia di nuovi eventuali cattivi maestri.
Domenica 8 Ottobre 2017, 17:39 - Ultimo aggiornamento: 08-10-2017 18:03
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