Oltre il «Veleno», storia di redenzione nella Terra dei fuochi

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di Titta Fiore

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inviato a Venezia
Bisogna vederlo, il Lido invaso dagli artisti del cinema napoletano, per capire il peso della loro presenza nel cartellone della Mostra. Ogni film è un gruppo, e ogni storia un genere. Una folla «come agli chalet di Mergellina» sorride Guido Lombardi, che con il corto «La recita» ha appena vinto il Premio MigrArti. Non si sentono parte di una «scuola» o, peggio, di una «tendenza» di moda, questi artisti, e ciascuno coltiva orgogliosamente la propria creatività, che almeno quella, a differenza dei finanziamenti, non latita mai. Gaetano Di Vaio e Nando Mormone - ovvero, cinema sociale e teatro di prosa e cabaret - hanno prodotto con Minerva e Gesco «Veleno», una storia di amore coniugale e di denuncia ambientata nella Terra de Fuochi.

Alla regia c'è un robusto artigiano come Diego Olivares, nel cast fuoriclasse come Massimiliano Gallo, Luisa Ranieri, Salvatore Esposito, Nando Paone e Miriam Condurro. Il film racconta di una comunità avvelenata nella terra, nei corpi, nelle speranze e s'ispira alla storia vera di Arcangelo Pagano, agricoltore morto di cancro, non certo un eroe ma il «milite ignoto» di una guerra che si continua a combattere, lo definisce il regista. Ieri «Veleno» ha chiuso tra gli applausi e tanta commozione la Settimana della Critica, e il 14 settembre arriverà nelle sale.

Nel rapporto di due fratelli di un piccolo paese del Casertano si riflette lo scontro tra speculatori senza scrupoli e chi invece vorrebbe difendere la terra dal malaffare delle discariche abusive. È difficile girare un film su questi temi? «A volte trovi inaspettate resistenze, ma noi siamo sereni, abbiamo lavorato su dati ufficiali di Prefettura ed Ecomafia che parlano di mille roghi tossici all'anno e di un giro d'affari enorme gestito da 86 clan di camorra, ma soprattutto abbiamo raccontato il dramma di una famiglia dove vittime e carnefici stanno spesso dalla stessa parte» spiega Olivares. «Alla fine, da questa partita escono tutti sconfitti, perché il veleno che ammorba la terra finisce per corrompere anche gli animi, fa vincere la paura e l'indifferenza sul concetto di bene comune».

Salvatore Esposito, il temibile Genny Savastano di «Gomorra», nel film interpreta un avvocato borderline, la faccia pulita della camorra che punta alle elezioni e al potere con ogni mezzo. «Ma a dire che raccontiamo solo cattivi non ci sto, il bene e il male hanno diverse sfumature e anche il mio personaggio trova nel sacrificio finale la sua personale redenzione. In questo territorio c'è tanta gente capace di ribellarsi e ripartire, proprio come fa la moglie interpretata da Luisa Ranieri». Semmai, aggiunge Massimiliano Gallo, che a Venezia è presente con tre film, un record, «in questa vicenda colpisce la latitanza delle istituzioni, la nostra idea era di raccontare una storia dal basso, facendo emergere l'aspetto umano più di quello criminale». È stato emozionante e faticoso lavorare in una vera casa di contadini senza set e scenografie, dice la Ranieri, «un viaggio incredibile, una bella storia di resistenza».

E Di Vaio, ancora con l'emozione nella voce per l'accoglienza ricevuta dal film così vicino alla storia della sua famiglia, sottolinea l'importanza di essere a Venezia, numerosi e vincenti, per tutto il comparto cinematografico campano: «In questa storia non si spara un colpo di pistola, Veleno va oltre la Terra dei Fuochi ma non abbassa la guardia sul problema. La verità è che, tutti insieme, alla Mostra abbiamo fatto un figurone».

Per «Il signor Rotpeter» Antonietta De Lillo ha usato tutt'altro linguaggio: ha preso un testo di Kafka, «Una relazione per l'Accademia», lo ha «napoletanizzato» ambientandolo tra le aule della Federico II e il Molosiglio e ne ha fatto, con la collaborazione dello scrittore Marcello Garofalo, un mediometraggio fantasy affidato al grande talento di Marina Confalone, stupefacente nei panni dell'uomo scimmia capace di ragionare con profonda saggezza della vita, dei giovani, del potere e della buona politica. «Vorrei spezzare una lancia a favore del nostro cinema, che quando è sovraesposto finisce misteriosamente per dividere» commenta la regista, memore delle tante polemiche che accompagnarono la nascita della cosiddetta «scuola napoletana» ai tempi del «rinascimento» bassoliniano. «Napoli ha tante facce e al Lido le ha mostrate tutte. È città di contrasti capace di sperimentare e mescolare l'alto e il basso, bisogna farsene una ragione». Solidarietà, senso etico, partecipazione, ironia: la scimmia Rotpeter è più umana degli umani. De Lillo: «E io la penso come lui, il bene è un'arma potente per sopravvivere nella società di oggi, sono ottimista perché non voglio soccombere».

E c'è chi vede la lotta per il potere come un malinconico western: la posta in palio è il mondo, ma se il mondo diventa un deserto, un enorme cimitero di morti uccisi, il vincitore poi che se ne fa? «Ecco, il mio corto MalaMènti nasce da qui, da una domanda essenziale» dice Francesco Di Leva, attore, regista e cofondatore del Nest, il teatro di San Giovanni a Teduccio. Un talento vulcanico che si divide tra cinema e palcoscenico (è lui «Il sindaco del rione Sanità» diretto da Martone), sempre alla ricerca di nuovi linguaggi. «MalaMènti», premiato dall'Unione Cronisti e già invitato in diversi festival internazionali, lo ha girato con il cellulare all'Asinara, con lui ci sono Ciro Petrone, Sergio Rubini e Nicola Di Pinto, colleghi e amici entusiasti dell'idea di mescolare Pinter e Gomorra, più due «special guest», Piero il Cinghiale e Severino l'Asinello: saranno loro, i due animali, gli ultimi nemici da abbattere nel delirio criminale dei due protagonisti. «Per noi autori che esportiamo l'immagine di Napoli nel mondo è arrivato il momento di prenderci meno sul serio, dobbiamo usare l'ironia e investire su argomenti diversi, il cinema è fatto di storie semplici» commenta Di Leva. Lui un progetto già ce l'ha: una love story tra Napoli e Bolton, una storia vera.
 
Sabato 9 Settembre 2017, 09:14 - Ultimo aggiornamento: 09-09-2017 13:35
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