Ozpetek racconta il suo nuovo film: «La mia Napoli è femmina sensuale, magica e folle»

di Titta Fiore

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Il primo segno di un rapporto d'amore totalizzante, appassionato, è nella dedica: «A Napoli». Gli altri, innumerevoli, sono disseminati in tutto il film, nelle luci morbide degli interni, negli squarci di vedute mozzafiato, nelle atmosfere mistery di una storia che s'incunea tra i vicoli e gioca con il tema del doppio e dell'ambiguità. Nella bellezza di case magnifiche e barocche come può esserlo, quando è forte, il sentimento. «Napoli velata» di Ferzan Ozpetek è questo, è anche questo. È la storia dell'incontro di una sera tra una donna e un uomo (Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi), di un colpo di fulmine improvviso che diventa ossessione e mistero, di un piacere sensuale che culmina in una delle scene di sesso mai viste prima d'ora al cinema per audacia e passione. Di un delitto violento. Del passato che si riverbera nel presente, come spesso succede nella vita. «Per la prima volta dedico un film a una città, la sento vicina come una persona cara» dice il regista del suo film che uscirà il 28 dicembre, distribuito dalla Warner in 350 copie. Da quando ci arrivò, alcuni anni fa, per curare l'allestimento di una «Traviata» di grande successo al San Carlo, Ozpetek non ha mai smesso di frequentarla, di conoscerla, di imparare ad amarla. «A Napoli mi sento a casa», confida.



Perché, Ferzan?
«Perché è un luogo sospeso tra magia e sensualità, ragione e follia. Napoli conosce l'arte della seduzione e in questo è molto femminile. Se ti accetta, ti abbraccia e ti dà tutto quello che vuoi. Io l'ho sentito».

Da cosa?
«Dal calore dell'accoglienza, dal piacere di ricevere in case ricche di storia e di gusto per le cose belle, dalla forza delle tradizione, da quel mix di amore e morte che si respira a ogni angolo di strada. I napoletani conoscono l'antica sapienza di giocare con l'idea della morte, che è solo l'altra faccia della vita».

Sul doppio binario di amore e morte si muove anche il suo film.
«Sì, volevo raccontare di una donna sconvolta da un accadimento drammatico e costretta a rimettere in discussione tutta la propria esistenza. Entrare nei labirinti della sua mente era come esplorare una città, e quella città poteva essere solo Napoli, una metropoli che, come si dice nel film, i suoi misteri non li svela a nessuno».

Scoprire questi misteri con la macchina da presa è stato un gioco, una sfida o cosa?
«È stato un percorso di coincidenze suggestive. Mi era già capitato sul set de Le fate ignoranti d'imbattermi in fatti all'apparenza negativi, ma che alla fine si rivelavano favorevolissimi».

Di che tipo?
«Per esempio, se dicevo: mi piacerebbe inquadrare una scala, poi scoprivamo quella magnifica di Palazzo Mannajuolo, ellittica e oblunga come un occhio. E gli occhi sono un elemento altamente simbolico di tutta la storia. Sempre sullo stesso tema, lo sguardo, ho portato sul set un oggetto a forma di occhio portafortuna, era un regalo di Gassman, ed è diventato subito un oggetto prezioso e importante del film. Come il volto del meraviglioso Cristo Velato della Cappella Sansevero».

Ecco, veniamo al titolo, al concetto di una «Napoli velata».
«Una volta, alla Sanità, ho assistito alla figliata, un rito arcaico che mette in scena il parto maschile. Mi aveva colpito che tra gli spettatori e gli attori venisse steso un velo di tulle, perché la verità va più sentita che guardata. Così come nella scultura del Cristo marmoreo nel palazzo del principe di Sangro il velo scolpito da Sanmartino fa risaltare le fattezze mirabili del volto. Lì capisci in quale città ti trovi. Capisci che in certe circostanze il velo non copre, svela».

E quindi ha deciso di sollevare i veli di una cultura complessa, alla sua maniera.
«Proprio così, ho cercato di evitare luoghi comuni e stereotipi, invece di girare al Cimitero delle Fontanelle, che tutti conoscono, sono andato alla Farmacia degli Incurabili e grazie alla disponibilità del direttore, il professor Rispoli, abbiamo avuto accesso a uno scrigno di preziosità. E anche lì mi sono imbattuto nel Velo di Napoli e nell'Utero velato: simboli potenti che mi confortavano, mi dicevano di essere sulla strada giusta».

Le polemiche sull'immagine negativa di Napoli veicolata dal gomorrismo la coinvolgono?
«Non le voglio proprio sentire, io sono entrato in case bellissime, ho conosciuto gente meravigliosa piena di vita e di idee. Molte scene le ho girate in un'antica dimora che aveva già ospitato il set di Viaggio in Italia di Rossellini e L'oro di Napoli di De Sica. E poi ho avuto la fortuna di incontrare Peppe Barra: per me è Mamma Napoli, mi ha fatto capire tante cose. La città, con la forza della bellezza, mi è venuta addosso. Ho sentito la responsabilità di raccontarla come merita».
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Martedì 19 Dicembre 2017, 10:56 - Ultimo aggiornamento: 19-12-2017 12:29
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