Pappi Corsicato nella webv del Mattino: «Così racconto l'arte viva di Schnabel»

Una scena del docufilm
di Titta Fiore

Dopo l'anteprima mondiale al prestigioso Tribeca Film Festival di Bob De Niro, e la bella accoglienza nelle sale americane, il documentario di Pappi Corsicato su Julian Schnabel esce anche in Italia con numeri da blockbuster (250 copie, come un film di finzione) e con il clamore dell'evento (solo due giorni di proiezione, oggi, 12 dicembre, e domani, 13, nel circuito Nexo). «L'arte viva di Julian Schnabel» è il racconto di una personalità eclettica, della vita di una superstar dell'arte e di un'amicizia vera. E proprio grazie a questo legame antico, Corsicato è riuscito a disegnare con la macchina da presa un ritratto privato ed emozionale del personaggio - pittore e regista eccessivo e geniale - che ha convinto critica e pubblico.
 

Com'è nata l'idea di questo film, Pappi?
«Viene da lontano, da quando a vent'anni mi trasferii a New York. Allora la scena dell'arte contemporanea era al suo massimo, la Factory di Andy Warhol sfornava talenti a ripetizione, la città era il centro del mondo. Erano tempi davvero speciali, irripetibili. Conoscevo Julian per i suoi exploit artistici, grazie al mio amico artista Francesco Clemente lo conobbi anche di persona».

L'amicizia nacque così.
«Sì, e da allora abbiamo continuato a frequentarci, ho avuto modo di conoscere a fondo la sua vita e la sua personalità. Nel 2013 andai a fargli visita mentre era in vacanza all'isola dei Galli, in Costiera Amalfitana, e gli proposi di realizzare un documentario sulla sua storia. Julian accettò subito. Quello stesso anno mi trasferii a New York con il mio assistente. L'idea era di passare quanto più tempo possibile con lui per raccontare non solo il lavoro, ma anche la sua personalità e il suo stile: secondo me, incarnavano alla perfezione ciò che chiamiamo American Dream».

Schnabel protagonista del sogno americano, quindi...
«Esatto, un ragazzo di umili origini che grazie al talento riesce a diventare uno dei più grandi artisti della sua generazione, una specie di Re Mida dei nostri giorni. Si è anche costruito al Village un palazzo di nove piani color fucsia in stile veneziano, bellissimo. Da qui è partita la mia ispirazione. Per certi versi mi ricordava il protagonista di Quarto potere di Orson Welles, per l'impetuosità nel lavoro e per il modo di affrontare la vita».

Genio e sregolatezza.
«Il documentario parla proprio di questo, degli up and down della sua parabola artistica e personale, delle polemiche, delle sue numerose famiglie, dei successi e degli insuccessi».

Quanto tempo sono durate le riprese?
«L'abbiamo seguito, ripreso, intervistato per quasi due anni. Ogni tanto capitavano a casa sua amici del calibro di Al Pacino, Bono degli U2, Willem Dafoe, Jeff Koons e allora correvamo ad accendere la cinepresa. Inoltre, Julian ci ha messo a disposizione il suo formidabile archivio».

Da regista a regista: quali sono i film di Schnabel che le piacciono di più?
«Credo che abbia realizzato almeno due capolavori, Prima che sia notte, Gran premio a Venezia, e Lo scafandro e la farfalla, miglior regia a Cannes, che lo ha portato a un passo dall'Oscar».
Martedì 12 Dicembre 2017, 01:37 - Ultimo aggiornamento: 12-12-2017 13:20
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