Hollywood, the end: perché nulla sarà più come prima

di Titta Fiore

È come se il caso Weinstein avesse scoperchiato il vaso di Pandora. E ora che il re è nudo, che il potente boss del cinema si rivela l'orco di una vergognosa e amara favola nera, il contagio di quegli abusi consumati o anche solo tentati sul corpo delle donne tracima dai confini di Hollywood e infetta altri organismi sociali, corrompe altre situazioni in maniera trasversale. Lo scandalo che con molta ipocrisia si pensava limitato a un mondo in cui realtà e finzione s'incrociano con pericolosa verosimiglianza, giustificando eccessi e trasgressioni, dilaga da un Paese all'altro con una frequenza di casi pari solo a quella che nel 2001 travolse il clero cattolico americano accusato di pedofilia. Una valanga di proporzioni sempre più imbarazzanti. Era prevedibile. Nessuno ha mai seriamente pensato che la rapacità compulsiva di uno Strauss Kahn, le violenze seriali di un Bill Cosby fossero casi isolati, quanto piuttosto punte di un iceberg contro cui prima o poi sarebbe andato a sbattere il Titanic del «così fan tutti».

Il terremoto che ha aperto squarci nel cielo di carta dello show-business sta lasciando crepe anche nei costumi e nell'etica. Arte, politica, affari, nessun ambiente resta illeso. Le denunce contro uomini di potere che pretendono prestazioni sessuali per favorire una carriera, anche solo per non ostacolarla, dilagano a macchia d'olio: un'inaspettata rivoluzione. Ma se il numero incoraggia ricordi e confessioni, senza distinzione di genere, la nuova sacrosanta battaglia dei sessi per la tutela del diritto a non subire pressioni né ricatti rischia di impigliarsi nell'inevitabile confusione tra morale e moralismi cui porta il trionfo del politicamente corretto, così caro agli americani.

Comunque finirà la versione contemporanea della vecchia pratica del «sofà del produttore», una cosa è certa: dopo questa bufera Hollywood non sarà più la stessa. E non solo perché su Harvey Weinstein si stringono le maglie della polizia di New York, pronta ad arrestarlo, o perché il «predatore» seriale Kevin Spacey, fino a ieri uno dei migliori attori del mondo, è stato bandito da «House of Cards» e i suoi contratti milionari sono diventati di colpo carta straccia. È tutto un mondo che si scopre, all'improvviso, sul viale del tramonto, non più al riparo di silenzi conniventi e provvidenziali dimenticanze. «Nel nostro ambiente la gente fa compromessi» ha sintetizzato con efficacia Paul Haggis, sceneggiatore e regista premio Oscar. Ma d'ora in poi, anche quando il ciclone del «sexual harrassment» sarà depotenziato dal tempo e dai vari gradi di giudizio, difficilmente quel tipo di compromesso nato da «rapporti asimmetrici» tornerà a essere consuetudine. Non per un'insolita, improvvisa ondata di probità, s'intende. Ma per prudenza, banale prudenza: quanti affronterebbero a cuor leggero il rischio di finire smascherati in un post di Facebook, in una foto di Instagram? Il caso Weinstein, in fondo, è cominciato con un tweet.

Fare piazza pulita. Liberarsi dei personaggi scomodi. Ecco l'urgenza di Hollywood. «The show must go on»: bisogna andare avanti, ricominciare. E per ripartire ogni mezzo è lecito. C'è chi dice, perfino, che l'esplosione dello scandalo Weinstein sia stata pilotata dalla società di famiglia per mettere un argine alle richieste di risarcimento in arrivo dall'esercito di signore molestate dall'incontinente produttore. E c'è chi sceglie, codici alla mano, la via della separazione per colpa. Dopo averlo più volte annunciato, da ieri la tv in streaming Netflix ha tagliato ufficialmente i ponti con Kevin Spacey e la produzione di «House of Cards». Non vedremo più in azione nello Studio Ovale il machiavellico presidente Frank Underwood interpretato dall'attore. Gli avvocati studiano i dettagli per sciogliere a proprio vantaggio il contratto del divo, gli sceneggiatori della fiction che ha cambiato la storia recente della tv stanno valutando come «farlo fuori». Lo scenario più probabile è che Underwood venga assassinato per lasciare il posto da protagonista alla sua degna compagna Claire, First Lady dotata di pari cattiveria.

L'idea di puntare sul personaggio di Robin Wright per l'eventuale spin-off pare sia stata suggerita su Twitter da un'altra attrice, Jessica Chastain: «Perché non facciamo di Robin la protagonista? Siamo pronti». E pare che a Netflix l'abbiano presa molto sul serio, anche per non penalizzare i trecento dipendenti che resterebebro disoccupati con la cancellazione della sesta stagione della serie. Altri, invece, sostengono che la piattaforma abbia colto la palla al balzo e usato lo scandalo per chiudere più in fretta una fiction in lento ma costante calo di ascolti. Difficile dire se e come Kevin Spacey si riprenderà da una simile batosta. Se riuscirà a sfuggire allo stillicidio di accuse e alle inchieste aperte da Scotland Yard. Aspettando sviluppi, va in naftalina in via prudenziale anche «Gore», il film biografico sugli anni trascorsi da Gore Vidal in Italia, girato l'estate scorsa dall'attore a Ravello. La storia di uno degli scrittori più eccentrici e controcorrente spazzata via da un eccesso di correttezza. Anche questo è un bel paradosso.
 
Domenica 5 Novembre 2017, 11:34
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