Fu la controfigura di Troisi ne «Il postino»: «Massimo era provato, ma aveva un sorriso per tutti»

Gerardo Ferrara e Massimo Troisi sul set de Il postino
ARTICOLI CORRELATI
di Gennaro Morra

  • 8687
È il 3 giugno 1994 e sull’isola di Procida il regista Michael Radford ha appena terminato di girare l’ultima scena del film “Il postino” con Massimo Troisi. Dopo il “rompete le righe”, l’attore partenopeo abbraccia il suo amico Gerardo, promettendogli di andare a trovarlo a Sapri quanto prima: «Così mi riposo un po’», gli dice sorridendo. Quel sorriso Gerardo non lo rivedrà più. Il giorno dopo il cuore di Troisi, provato da una lunga malattia dovuta a una malformazione congenita, smetterà di battere. E a Gerardo resterà il rimpianto di un’amicizia durata troppo poco, ma che gli ha segnato per sempre la vita, arricchendogliela.
 
Del resto, si erano conosciuti due mesi prima proprio a causa di quel cuore malandato. La produzione del film aveva mandato a chiamare Gerardo perché serviva una controfigura per sostituire Massimo Troisi nelle scene più faticose: era troppo provato e non ce l’avrebbe fatta a girare quelle in cui il personaggio del postino avrebbe dovuto pedalare. «Ad aprile fui contattato da una ragazza di Sapri che era fidanzata con un ragazzo di Napoli che lavorava nella produzione del film – ricorda il 54enne, che ancora oggi vive nella località cilentana dove insegna educazione fisica –. Venne a casa a prendersi qualche foto e dopo due giorni mi chiamarono per un incontro a Cinecittà. A Roma vidi il regista, Michael Radford, e Philippe Noiret, che nel film avrebbe interpretato Pablo Neruda. Il colloquio andò bene e qualche giorno dopo mi recai negli studi di Cinecittà per iniziare le riprese». Quello stesso giorno Gerardo Ferrara incontrò anche Massimo Troisi e per entrambi fu come guardarsi allo specchio: «Fu un momento ricco di emozione, affetto e simpatia – ricorda Ferrara –. Massimo, resosi conto della mia emozione e del mio imbarazzo, mi abbracciò e mi disse “E tu mo ti fai vedere”. Poi volle sapere un po’ della mia vita e gli raccontai dei tanti episodi in cui mi era capitato di sentirmi dire che ero uguale a lui».
 
Iniziò così l’avventura cinematografica di Gerardo, che Troisi e Radford misero subito davanti alla macchina da presa: «Mi spiegarono il lavoro da fare e mi chiesero di girare una scena. E, con mia grande meraviglia, subito dopo lo stop, Massimo mi sorrise e mi abbracciò di nuovo. Quell’incontro mi ha fatto capire come la grandezza delle persone si manifesti nella loro semplicità e umiltà». Ma quelle settimane da fiaba vissute a stretto contatto con il cast e la produzione, dentro e fuori dal set, per Gerardo resteranno memorabili anche per un evento capitato in quel periodo e che gli ha cambiato davvero la vita: «Durante le riprese tra Salina, Procida e Cinecittà i rapporti con molte delle persone che lavoravano al film si sono consolidati è ciò ha permesso che, a distanza di tanti anni, con alcuni di loro ci s’incontri ancora – racconta –. Poi a Salina mi raggiunse mia moglie Elena e m’informò che aspettavamo il nostro primo figlio. E allora Massimo, quando la incontrava, le chiedeva sempre: “Come sta Pablito?”». Ma quel bambino non è stato battezzato col nome del poeta cileno: «Rientrati a Sapri apprendemmo della scomparsa di Massimo e decidemmo di chiamare nostro figlio come lui».
 
 
Chi ha frequentato Troisi in quel periodo racconta che il comico napoletano aveva voluto fare quel film a tutti i costi, malgrado le sue pessime condizioni di salute. Quasi come se percepisse che quella sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe lasciato al pubblico. «Massimo era molto provato, ma è riuscito a girato tutto il film – conferma Gerardo –. E, nonostante la malattia, aveva sempre un sorriso e una forte sensibilità verso tutti». Un’impresa a cui il suo alter ego si dice fiero di aver partecipato, aiutando concretamente l’attore nel portarla a compimento: «Al di là della splendida esperienza che ho vissuto, il mio orgoglio più grande è di aver contribuito a rendere meno faticoso il suo lavoro in un momento molto particolare della sua vita – confessa Gerardo –. Ed è stato lo stesso Massimo a testimoniare questa mia convinzione in una dedica che mi fece sul libro di scena delle Poesie di Neruda». Un volume che il professore saprese custodisce gelosamente e dove, in una delle prime pagine, si legge: «A Gerardo per la disponibilità, la pazienza e l’abnegazione con la quale ha reso più piacevole e meno faticoso il mio lavoro sul film il Postino. Ti auguro mille successi e grazie».
Lunedì 11 Dicembre 2017, 20:05
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP