Il funerale mesto di Spelacchio e l'accusa della Corte dei Conti: «Danno d’immagine per Roma»

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 La festa mesta dell’abete spelacchiato di piazza Venezia racimola pochissimi invitati. Trenta? Quaranta? Per lo più giornalisti e cameraman, oltre a qualche attivista grillino che si affaccia più per abnegazione di partito che per fervore emotivo. La verità è che la trovata della giunta di Virginia Raggi, l’idea di un funerale carnevalesco per dare l’ultimo saluto al triste “Spelacchio” non entusiasma nessuno.
 
 

La parabola malinconica dell’alberone approdato a Roma dai boschi della Val di Fiemme finisce come era cominciata, nel segno della cupezza e della rassegnazione. A peggiorare le cose ci si mette il timing con cui i pm della Corte dei Conti, sollecitati da diversi esposti, hanno spedito una richiesta di chiarimenti al Campidoglio, richiesta che per puro caso arriva negli uffici del Dipartimento Ambiente proprio mentre dalle frasche dell’abete floscio si smontano le palle e i giardinieri comunali azionano le motoseghe.
 
 

Gli esposti, si legge nelle carte dei magistrati contabili, hanno segnalato che «l’abete in questione è arrivato a piazza Venezia già morto e che il costo presunto è stato di circa 50mila euro (trasporto e manutenzione), con la naturale conseguenza - annotano i pm - di avere recato un danno d’immagine all’ente locale». Cioè alla città di Roma. Insomma, al di là dell’aspetto erariale, la Corte dei Conti mette in evidenza la figuraccia mondiale rimediata dalla Capitale, sbeffeggiata per settimane sui social e sui giornali di mezzo mondo.

Per dire, il britannico Guardian, con umorismo poco british ha paragonato il nostro abete natalizio a uno «spazzolone per gabinetti».
Cosa chiede la Procura contabile al Campidoglio? Che l’amministrazione cittadina trasmetta entro 30 giorni «una relazione dettagliata sulla procedura di acquisizione dell’albero», con tutti i dettagli sul prezzo d’acquisto (è costato 8 mila euro, non è stato donato «gratis» dalla comunità montana, come aveva detto all’inizio il Comune) e sulle spese per trasportarlo dal Trentino nella Città eterna.

«STATO DI SALUTE»
Sulla stessa vicenda indaga l’Autorità Anticorruzione, che ha già contestato a Palazzo Senatorio l’affidamento diretto, per tre anni di fila, alla stessa ditta e il fatto che il povero Spelacchio sia costato, da solo, quanto i due alberi portati a Roma nel Natale del 2015. I pm di viale Mazzini vogliono ricevere anche tutti i certificati sullo «stato di salute» dell’albero, prima e dopo la consegna. E fa quasi sorridere che il soprannome germogliato su Facebook e Twitter, dopo avere conquistato la ribalta mediatica, abbia ottenuto una sorta di “ufficialità” perfino nei documenti della magistratura; nel fascicolo aperto dalla Corte dei Conti viene chiamato proprio così: «Albero di Natale Spelacchio». Formalmente, non lo ha deciso nessuno. Vox populi, verrebbe da dire. Anche se di popolo, all’appuntamento di ieri sera, ce n’era pochino.

Non si è presentata nemmeno la sindaca, indaffarata in Consiglio comunale per far votare alla sua maggioranza il cambio dello Statuto del Campidoglio, mossa peraltro andata a vuoto perché i grillini non sono riusciti a raggiungere il quorum. Insomma, davanti alla piccola selva di cronisti e telecamere, verso le 19, è arrivata solo l’assessora all’Ambiente, Pinuccia Montanari, intabarrata in un giaccone nero col cappuccio tirato su, perché nel frattempo aveva cominciato a piovere. «I bigliettini lasciati da romani e turisti sui rami di Spelacchio - ha detto - verranno raccolti in un libro». Sembra quasi una beffa, allora, che l’ultimo cartoncino rimasto appiccicato alla base del tronco recitasse, in rima: «Leonardo da Vinci si rivolterà nella tomba... pensando che Spelacchio nel mondo è più famoso della Gioconda». Chiosa molto romanesca: «Avoja a risolvere i problemi di Roma».

Certo è che da ieri sera le luci sull’abete si sono definitivamente spente e oltre 600 palle sono state riposte. Ora il fusto verrà diviso in due: una parte resterà a Roma, per diventare una «installazione artistica», così ha assicurato il Comune, forse in un museo.

IL PERSONAGGIO DI COLLODI
L’altro pezzo del tronco verrà riportato in Trentino e sarà trasformato in una “Baby little Home”, una casetta in legno per neo-mamme, con tanto di fasciatoio, che una volta realizzata tornerà a Roma. Altri scarti ancora diventeranno veri e propri gadget. Stefano Cattoi, direttore dell’Ufficio forestale della Val di Fiemme, che si occuperà di questa anomala “fase 2” , ha già un’idea: «Ve lo dico io che ci faremo, dei piccoli Pinocchio!».
Giovedì 11 Gennaio 2018, 15:41 - Ultimo aggiornamento: 13 Gennaio, 18:10
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1 di 1 commenti presenti
2018-01-11 16:24:19
Ma era il caso di sostenere una spesa per il trasporto dell'albero fino a Trento?

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