Flo, mente, cuore e due lauree: «Ecco perché la più grande bugia è la morte»

di Francesca Cicatelli

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Entra sottopelle Floriana Cagiano, in arte Flo. L'empatia è il tratto principale di questa performer napoletana completa che ha unito mente e cuore con una laurea in canto e una in economia. Ha quel che occorre per il successo: il metodo per arrivarci e la bravura. Lei è una di quelle che grida la sua felicità e la riconoscenza alla vita, nonostente i dolori, senza temere le ire di chi fa tragedie sull'essere emergenti, trentenni e precari o il dover attendere. Intanto incassa riconoscimenti, passando dal teatro al premio Tenco. Canta da quando non aveva neppure coscienza. Nella sua note rimandi a Lhasa de Sela, E.A. Mario, Sabine Kabongo, Chavela Vargas, Elis Regina, Billie Holiday, Amalia Rodriguez, Milton Nascimento, Caetano Veloso, Rosa Balistreri, Domenico Modugno, Renato Carosone e Patrizia Laquidara. È in uscita, a maggio, con un nuovo album «La Mentirosa» che in spagnolo vuol dire bugiarda: «Una straordinaria possibilità di inventare, travestirsi, giocare ad essere altro e lontano da sé. Di perdersi partendo».
 

È merito suo se tutti si sentono a loro agio con lei?
«Non so se è merito mio, ma io mi sento a mio agio con gli altri, con tutti, non avverto la pressione sociale nell'incontro con gli altri neppure se hanno un ruolo che può incutere timore. Il primo pensiero è fiducioso nei confronti del prossimo. Sono sveglia ma parto sempre positiva verso gli altri anche se poi ogni tanto arrivano le delusioni».
 
Cosa la delude?
«L'inaspettato. Quando una persona fa qualcosa che proprio non prevedevi. Una cosa che mi mette in crisi è essere colta di sorpresa da qualcosa che non ho considerato come la falsità.  Quello per me è una grande fonte di ansia: il non ponderato perché mi fa dubitare delle mie capacità analitiche e quindi mi mette un po' in crisi. Sono rilassata finché non succede qualcosa che mi sconvolge».
 
È felice?
«Ho avuto di più di quanto la vita mi ha tolto: nonostante nella mia vita siano accadute cose tristi e drammatiche ho una famiglia che mi vuole bene, vivo in una bella città, svolgo il lavoro che mi piace e ho la possibilità di scrivere. Tutto sommato sono fortunata».
 
C'è stato un momento in cui ha capito che era una cantante?
«Ho sempre voluto cantare, ho sempre saputo che avrei fatto questo ma quando ho firmato il mio primo contratto per Scugnizzi lì ho capito che poteva anche diventare un lavoro».
 
C'è qualcosa di inaspettato che invece riguarda lei che ha contraddetto se stessa o qualcosa che non pensava che avrebbe mai fatto?
«Corsi in palestra. Quasi diventati una droga per me. Prima guardavo con diffidenza chi si allenava o frequentava palestre così assiduamente, adesso mi appassiona. Il corpo libero va sempre bene».
 
Sa sempre dove sta andando o lascia che le cose evolvano senza una traccia?
«Ho sempre un obiettivo davanti a me, non sono mai andata a casaccio. Poi posso sbagliare, posso non raggiungerlo ma so sempre dove sto andando. Come lo raggiungo dipende, improvviso ma so sempre cosa sto facendo».
 
Il lavoro è la vita vanno distinti o siamo nati per la funzione da assolvere?
«Per me coincidono non riesco ad immaginare una vita senza il lavoro che faccio, né riesco a dissociare le ore in cui lavoro e in cui vivo perché la mia testa è sempre a pensare alla musica, al teatro, allo spettacolo, al disco, è tutto dentro e tutto uniforme».
 
Com'è lavorare a un disco nuovo?
«È un delirio. Ci sono due cose: la parte creativa, più bella perché ti appartiene, ce l'hai dentro, e poi c'è la parte della realizzazione, che mette in campo una serie di impegni che richiede lo sforzo di molte persone ma in realtà alla fine ci ritroviamo in due. Ma occorre impegnarsi per non passare inosservati».
 
A cosa pensa da quando si sveglia a quando va a dormire?
«Penso tante cose e diametralmente opposte. Sono sempre in balia di picchi altissimi di entusiasmo e momenti di ansia e paura di fare qualunque cosa. Ma il pensiero che ritrovo poi alla fine di ogni mia giornata è che tutto sommato sono fortunata, quello che faccio è bello e già va bene così».
 
Dove ha imparato questo ottimismo?
«Lo imparo quotidianamente. Quando ho scelto di fare questo lavoro mi sono trovata a fare i conti con una serie di difficoltà. Io sono del segno della Vergine e si dice, anche se non ci credo, che chi è della Vergine è molto testardo, pignolo, e io sono così maniaca del perfezionismo e quindi questo lavoro è diventato una tragedia, una corsa contro il tempo, ho imparato che ogni giorno bisogna godere i piccoli successi, le piccole cose, pensare a quello che hai e non sempre a ciò che non hai, al piccolo passo che hai fatto e non al grande passo che non hai ancora fatto. E quindi così mi sono trovata a fare un sacco di cose belle e ad essere contenta».
 
Esce con un disco autoprodotto: l'indipendenza è una scelta?

«Sono al terzo disco prodotto da me e dalla Soundfly, che è un'etichetta indipendente. Per me è fondamentale che quando un artista produce delle cose deve farlo in libertà di pensiero, poi è chiaro ben vengano gli appoggi di etichette più grandi anche se comunque oggi il mercato delle major è più interessato alla musica per giovani, per adolescenti, insomma i ragazzini sono quelli che spendono di più però non importa, c'è mercato per tutti, l'importante è capire dove stare, qual è il tuo spazio e la tua identità».
 
La sua musica invece a chi si rivolge?
«Non so rispondere a questa domanda e neppure a qual è il genere che mi rappresenta. Perché faccio concerti in cui vengono universitari, saltano ballano e si divertono oppure festival all'estero in cui ci sono giovani e poi magari partecipo ai festival jazz con coppie e bambini. Ecco, sono abbastanza trasversale e questo è un bene da un lato perché puoi suonare dappertutto ma è anche un male perché le persone che hanno bisogno di mettere etichette su tutto hanno difficoltà ad inquadrarti e ad ascoltarti».
 
Come compone?
«Sono una cantautrice moto a luogo: prendo il cellulare e da una parte all'altra di Italia inizio ad abbozzare un motivo e poi lo sviluppo appena mi fermo, sempre così».
 
Cosa consiglia ai genitori che hanno paura di incoraggiare il talento dei figli?
«Ai genitori che hanno paura consiglio di dissuadere i figli: o un ragazzo ha un grande talento unito ad un grande carattere o meglio lasciar perdere. Non artisti a tutti i costi: seguire le proprie inclinazioni oppure vanno bene lavori normali  anche perché i genitori non sono oggettivi. Per loro i figli sono sempre geni e quindi si rischia di creare delle frustrazioni. Non è che tutti hanno il talento e comunque il talento da solo non basta, ci vogliono determinazione e carattere. Se non li hai meglio cambiare».
 
La sua famiglia l'ha incoraggiata?
«Non mi ha incoraggiato né ostacolato. Mia madre aveva cose più importanti a cui pensare, ha cresciuto tre figli da sola dopo la morte di mio padre, quando avevo 12 anni. L'unica raccomandazione di mia madre era fate ciò che volete, basta che non fate guai. E noi siamo cresciuti seri e lavoratori».
 
Quando ha ricevuto il feedback del pubblico che le ha fatto capire che era la scelta giusta?
«Ho capito che qualcosa era cambiato quando ho iniziato a vincere i premi come Musicultura e altri, poi con le due candidature al Tenco come migliore canzone dell'anno e miglior disco dell'anno accanto a Capossela, Fabi, Gazzè e mi sono detta: allora non è una cosa che è solo nella mia testa».
 
Cosa c'è prima di diventare cantante?

«Ho due lauree, una in Canto e una in Economia, e questo fa già capire la mia confusione mentale. Sono sempre stata una persona schematica, un treno. Già da bambina era chiaro: avevo tre astucci, uno solo per le penne, uno per i pastelli e uno per i pennarelli e non sia mai mischiarli...».
 
Come trova il filo conduttore, l'ingrediente di un album tra canzone composte in momenti diversi?
«Quando scrivo un disco ho sempre l'ansia che le canzoni siano scollegate tra loro, che non c'entrino nulla l'una con l'altra, poi dopo capisco che c'è un indizio sconosciuto anche a me e l'indizio di questo nuovo disco l'ho scoperto solo due settimane fa. Quando lo trovo capisco che quel filo conduttore è presente in tutte le canzoni perché è presente in me e quindi deve esserci per forza».
 
L'indizio del disco nuovo?
«È la bugia, si chiama la Mentirosa, che significa la bugiarda».
 
Qual è la più grande bugia?

«È la morte, perché non sappiamo cosa c'è dall'altro lato e chi dice di saperlo in realtà dice una bugia».
 
Se è una bugia la morte e chi professa la verità assoluta è un bugiardo come gestisce la fede?
«Non sono credente con la testa però in realtà credo perché temo Dio e quindi evidentemente ci credo».
 
Cosa teme?
«Quando mi comporto come non dovrei ho timore, penso di credere in Dio e di averne timore senza accettarlo con la testa. Ciò che mi fa temere è il non essere abbastanza buona, generosa con gli altri. Tutti noi abbiamo questo spirito buono ma poi nei fatti facciamo veramente pochissimo e quando ci penso temo questa condizione».
 
I lavori prima di diventare cantante?
«La cantante dei matrimoni a 14 anni, tipo bimbo prodigio, una cosa oscena, poi nei locali e poi ho fatto la promozione dei prodotti. Lo facevo malissimo. Facevo la promozione del caffè ma il caffè non era buono e quindi nessuno lo comprava. Poi ho lavorato per i gruppi di acquisto e sono stata  cameriera in un pub e ancora lezioni private fino all'università ma per fortuna da Scugnizzi in poi ho potuto fare sempre solo la cantante. Meno male».
 
I trentenni pensano di non farcela mai, lei invece tornerebbe indietro?

«Non tornerei mai a 20 anni, neppure se mi pagassero. I ragazzi della mia generazione pensano di non farcela mai: tra lavoro precario, rapporti precari, non si riesce mai a concludere le cose. Quindi si arriva prima dei trent'anni con l'ansia di non avere ancora una famiglia, un lavoro e dei figli e pensi che a trent'anni morirai, non c'è la vita dopo i trent'anni. Invece io il giorno dopo mi sono svegliata, sono ancora viva e contenta».
 
La politica la delude?
«In questo momento sono orfana della politica. Perduta».
 
Il senso dell'amore?
«Sono innamorata e mi piace che le cose, le emozioni, possano essere condivise con un'altra persona . La felicità se non è condivisa non esiste, almeno per me. Ma non è facile innamorarsi. Soprattutto quando l'hai provato e sai com'è e capisci che le controfigure non è che poi funzionano».
 
L'amore ha un tempo?
«Ci vorrebbe che i matrimoni e i fidanzamenti avessero una specie di rinnovabilità ossia che durano un tempo poi se si è convinti si rinnova. Perché noi cambiamo troppo velocemente e quindi è impensabile che una persona ci vada bene per sempre anche perché è impensabile che quella persona cambi al nostro stesso ritmo. Però alcuni ci riescono».
 
Va bene il multitasking moderno?
«Le persone non devono saper fare un po' di tutto. Il problema sono le persone di buona volontà, perché a quelle non puoi dire di no però fanno i guai. Io ho imparato a fare molte cose per necessità ma il mio sogno è delegare».
 
E lei li fa i guai?
«Io i guai? No».
 
Come si declinerebbe?
«Come fidanzata sono una fortuna, so stirare, cucinare, so fare tutto e poi sono sempre allegra, creativa. Come figlia sono forte e molto dolce, come sorella sono una garanzia, molto protettiva. Come amica sono sempre assente, ho molte cose da farmi perdonare. Ho pochi amici e li tratto sempre bene ma non ci sono mai».
 
C'è qualcosa che le toglie il sorriso, a parte il dolore delle persone?

«Una cosa per cui posso anche piangere immediatamente sono i genitori che strattonano i bambini quando fanno i capricci. E poi gli anziani maltrattati. Proprio poco tempo fa ho avuto un'esperienza in ospedale e ho visto alcuni anziani trattati male, come cose vecchie, e sono stata male. E' brutto vedere persone che possono insegnare qualcosa trattate come oggetti vecchi».
 
La persona a cui deve tutto?
«Mia madre: è una donna di una forza incredibile, ha mille risorse, non si è mai persa d'animo e con tutte le sue rinunce ha garantito la sopravvivenza della famiglia. Anche grazie alle sue rinunce. Gli uomini reagiscono diversamente quando restano vedovi, sono più fragili e tendono a sfuggire alle responsabilità perché non riescono a sacrificarsi fino in fondo».
 
Bisogna perdonare?
«Quando impariamo a perdonare impariamo a vivere. Anch'io ho dovuto perdonare. Poi non dimentichi però è fondamentale perché non si può vivere tutta la vita odiando, ti logora».
 
Come si perdona?
«Il tempo aiuta, non bisogna pretendere da se stessi di riuscirci subito e forse ci può aiutare metterci dalla parte di chi ha sbagliato e capire che ognuno ha le proprie ragioni. Non si può perdonare tutti ma le persone a cui vogliamo bene dobbiamo perdonarle altrimenti stiamo male».
Lunedì 16 Aprile 2018, 13:37 - Ultimo aggiornamento: 16-04-2018 13:37
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