Tumore ovaio, chemio al posto della chirurgia: lo studio italiano che cambia tutto

Tumore ovaio, chemio al posto della chirurgia: lo studio italiano che cambia tutto
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Una terapia sempre più personalizzata e a 'misura di paziente' per combattere il tumore all'ovaio, che in Italia fa registrare circa 5mila nuovi casi l'anno, con la scelta del trattamento più opportuno sulla base della 'misurazione' del grado di diffusione del tumore: se lo stadio è molto avanzato, la nuova indicazione è infatti quella di optare per la chemioterapia anzichè la chirurgia, con un miglioramento della qualità di vita per le pazienti. È la strada indicata da un nuovo studio tutto italiano presentato al Congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco).

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Lo studio, su un campione di circa 200 pazienti, è denominato 'Scorpion' ed è stato condotto dal Dipartimento salute donna e bambino del Policlinico Gemelli-Università Cattolica di Roma, diretto da Giovanni Scambia, anche direttore scientifico del Gemelli. Lo studio, spiega Scambia, «ha dimostrato che nel caso di pazienti con tumore ovarico avanzato, il ricorso alla chirurgia, che può avere effetti secondari, non è l'opzione primaria più adatta. Si è infatti visto che in tale campione di pazienti i due trattamenti, ovvero la chirurgia e la chemioterapia, sono equivalenti in termini di sopravvivenza ma effettuare prima la sola chemio dà minori effetti collaterali e migliore qualità di vita».

La valutazione va però fatta caso per caso, selezionando le pazienti: «Se il tumore è avanzato - afferma Scambia - le pazienti sono sottoposte a laparoscopia e valutate secondo un punteggio da 8 a 14 in base alla diffusione del tumore. Con punteggio superiore a 8 l'indicazione è quella di optare per la chemio come primo trattamento». La novità, sottolinea, «è che la terapia è decisa, dunque, in base alle caratteristiche e diffusione della malattia, in modo appunto personalizzato».

Nonostante i progressi, il cancro all'ovaio resta però ad oggi uno dei più difficili da trattare: «Si sopravvive di più e meglio - sottolinea Scambia - ma ancora non si sono raggiunti tassi di guarigione soddisfacenti, oggi fermi al 15-20%». Il fattore di rischio principale è la familiarità ed anche la mutazione del gene BRCA: «Per questo - chiarisce l'esperto - oggi analizziamo il gene BRCA in ogni paziente con cancro all'ovaio. Se c'è la mutazione, allora vengono allertate figlie, sorelle o madri della paziente, per verificare attraverso test del sangue la presenza eventuale della stessa mutazione. In quest'ultimo caso, come accaduto per l'attrice Angelina Jolie, l'opzione è quella di procedere alla rimozione preventiva delle ovaie». Attualmente gli interventi di questo tipo, sottolinea, «sono qualche migliaio l'anno». Ad ogni modo, conclude Scambia, «la buona notizia è che si va verso nuovi ed ulteriori progressi, anche grazie a nuovi farmaci in arrivo e all'approccio dell'immunoterapia, che risveglia il sistema immunitario contro il tumore». 
Lunedì 4 Giugno 2018, 19:02
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