Vaticano, sabato la fine del processo per la casa di Bertone tra misteri e omissioni

di Franca Giansoldati

CITTA' DEL VATICANO - Sabato mattina nel piccolo tribunale di Papa Francesco, tutto boiserie e antichi lampadari al soffitto, a due passi da Santa Marta, si chiuderà il processo-simbolo della scarsa trasparenza finanziaria d'Oltretevere. La complicata vicenda della ristrutturazione della maxi casa di Bertone (400 metri quadri) situata a palazzo San Carlo sembrerebbe effettivamente dimostrare che in campo amministrativo parecchie cose al di là del Tevere continuano a non quadrare, tanto che in questi cinque mesi sono affiorate persino in tribunale incongruenze, omissioni e imbarazzati silenzi. Un processo partito sbilenco con memoriali preventivi per non comparire in aula e altri documenti scarsamente accessibili alla difesa, con testimoni che si sono rifiutati di parlare adducendo segreti cruciali capaci di mettere a repentaglio la sicurezza «militare, economica e finanziaria» del piccolo stato pontificio. Tutto per la ristrutturazione di una dimora cardinalizia. Insomma un processo emblematico che racconta di come stia andando avanti a fatica la svolta riformatrice di Francesco. Gli imputati per il reato di peculato sono due ex manager, il presidente e il tesoriere della Fondazione del Bambino Gesù, Giuseppe Profiti e Massimo Spina per i quali il procuratore di Giustizia, una specie di pm, ha chiesto 3 anni di reclusione e una multa per Profiti, mentre per Spina l'assoluzione per mancanza di prove.

Fin dall'inizio del processo ogni passaggio è stato segnato dalla assenza invadente di due cardinali: Tarcisio Bertone e Giuseppe Bertello. A monte della catena gerarchica non solo erano a conoscenza dei problemi in corso per la ristrutturazione, ma nessuno ha voluto appurare se per caso hanno sollecitato i pagamenti delle fatture per i lavori che altrimenti non sarebbero mai stati finiti in tempo per il trasloco. Fatture che per una serie di complicazioni sembrerebbero state emesse due volte ma pagate sempre allo stesso imprenditore, Giuseppe Bandera, un costruttore ligure legato a Bertone, e in quel periodo con parecchi guai economici, tanto che alcune sue società, una delle quali con sede a Londra, finirono in concordato preventivo proprio mentre era in corso la ristrutturazione dell'appartamento. I 400 metri quadri erano da suddividere in due aree, una privata per il cardinale e le suore e una ala di rappresentanza da utilizzare per cene di beneficenza e raccogliere denaro da destinare all'ospedale Bambino Gesù.

Il progetto di fund raising era stato ideato dall'ex manager Giuseppe Profiti ma a monte aveva ricevuto il placet del cardinale, come del resto si legge nel memoriale che Bertone ha inoltrato ai magistrati nel novembre scorso proprio per evitare di comparire in aula. Scrive il cardinale: «Per quanto riguarda all'aspetto relativo al rapporto con il professore Giuseppe Profiti, la vicenda è molto semplice. La tesi del professore Giuseppe Profiti (per cui tale ricerca era comunque a favore dell'Ospedale Bambino Gesù, per continuare in modo nuovo le iniziative di promozione, di beneficenza e di reperimento foni) fa capo a un'idea di quest'ultimo, ma, per parte mia, vigeva la rigorosa clausola di cui si è detto, e cioè il non pesare assolutamente sulla Fondazione Bambino Gesù. L'accusa di aver usato soldi della Fondazione Bambino Gesù é menzognera ed infamante, considerata la passione con cui da sempre ho preso a cuore l'attività dell'Ospedale e le iniziative di promozione e reperimento fondi a suo favore».

In questo ginepraio di fatture, documenti inaccessibili, omissis il processo è alla fine. Il Procuratore di Giustizia è arrivato alla conclusione che la fondazione Bambino Gesù avrebbe pagato 422mila euro all’imprenditore Bandera per la ristrutturazione dell’appartamento per una decisione assunta personalmente da Profiti mentre «il Governatorato non era a conoscenza che un altro ente stesse finanziando la ristrutturazione», come ha riferito l’ingegnere Marco Bargellini, capo servizio del Servizio Edilizia Interna della Direzione dei Servizi Tecnici del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, che ha definito il fatto «singolare».  

Tra le incongruenze anche i capitolati dei lavori. Il costruttore Bandera ha ripetuto che ne era stato fatto solo uno, quello relativo alle parti comuni, ma non quello per l'appartamento. Peccato che poi, su ordine dei magistrati, il Governatorato (organismo guidato dal cardinale Bertello) nel frattempo è stato costretto a fare avere al tribunale le carte richieste.

L’ultima testimone a parlare è stata la presidente del Bambino Gesù, Mariella Enoc, che inizialmente aveva rifiutato di comparire in aula. Enoc ha spiegato di avere «trovato una lettera in cui il cardinale Bertone si dice d’accordo sull’utilizzo dell’appartamento». Enoc però aggiunge che si trattava di «documenti che non mi riguardavano», «corrispondenza privata» tra il porporato e Profiti. Inoltre ha riferito di aver trovato le lettere «in alcuni dossier» ma alla fondazione, ha ripetuto, «non c’erano protocolli di archiviazione dei documenti e non ci fu passaggio di consegne tra il professor Profiti e me».
Martedì 10 Ottobre 2017, 16:12 - Ultimo aggiornamento: 10-10-2017 20:19
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