Papa Francesco si autocensura, in Myanmar meglio non parlare dei Rohingya

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano - Vietato pronunciare la parola «Rohingya» e così il Papa è costretto alla autocensura. Alla vigilia del viaggio in Myanmar, Papa Bergoglio ha inviato un videomessaggio al popolo birmano («Non vedo l'ora di potervi incontrare») in cui evita accuratamente di esplicitare l'etnia musulmana al centro di brutali persecuzioni nonché di reiterati appelli da parte della comunità internazionale per non creare contrasti con il governo controllato dai militari e indebolire Aung San su Kii, leader de facto del Paese. «Desidero visitare la Nazione con spirito di rispetto, di incoraggiamento per ogni sforzo volto a costruire armonia e cooperazione al servizio al bene comune». L'autocensura papale viene spiegata dal cardinale Bo, il primo porporato birmano ai microfoni della tv dei vescovi italiani. «Spero che il Papa non nomini mai la parola Rohingya. Anche Kofi Annan gli ha consigliato di evitare di pronunciare questa parola». Il cardinale Charles Maung Bo parla poi del viaggio in programa dal 26 novembre al 2 dicembre.

Tra i temi più delicati c'è quello riguardante la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya. «È una questione molto controversa in Myanmar. Pronunciare la parola Rohingya significherebbe senza mezzi termini riconoscere la cittadinanza e tutte le istanze di questa minoranza». In una terra uscita a fatica da una dittatura militare e dove i cattolici sono una minoranza assoluta, circa 700.000, l'arrivo del Papa potrebbe anche complicare le cose. Di fatto da quando Papa Bergoglio ha investito tante energie sul Myanmar, terra di confine con la Cina, la comunità internazionale ha intensificato l'attenzione sulle sorti di questa popolazione perseguitata. In questi giorni, per esempio, i ministri degli Esteri di Germania, Giappone e Svezia e l'Alto rappresentante Ue sono in missione in Bangladesh, paese confinante con il Myanmar, per visitare i campi profughi dove sono ospitati centinaia di migliaia di Rohingya, fuggiti nei mesi scorsi dalle violenze. I tre ministri e la Mogherini si trovano nella regione in vista di una riunione dei capi delle diplomazie dell'Asem che si terrà a partire da lunedì nella capitale birmana Naypyidaw. In questi giorni è stato diffuso un rapporto di Save the Children che parla di donne e bambini bruciati vivi, stupri diffusi e fosse comuni. Il rapporto restituisce un'immagine inquietante della violenza sistematica, degli stupri e degli sgomberi forzati di cui sono stati vittime moltissimi dei 600.000 Rohingya, di cui almeno il 60% bambini, che si sono rifugiati in Bangladesh dal 25 agosto scorso.

 
Sabato 18 Novembre 2017, 12:03
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