Papa Francesco in carcere lava i piedi ai detenuti e confida: «Mi devo operare»

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di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Fuori dal carcere, su via della Lungara, il cartello dei Radicali: «benvenuto Papa Francesco» e sotto, più in piccolo che si leggeva, www.aministiasubito.it, il sito che raccoglie la petizione per risolvere il sovraffollamento carcerario. Papa Francesco ha fatto ingresso  a Regina Coeli per celebrare la messa in Coena Domini del Giovedì Santo e fare la lavanda dei piedi a dodici carcerati, tra cui due musulmani e un buddista. La prima cosa che fa non appena varca la soglia del più antico penitenziario romano è di andare in infermeria a salutare i detenuti che non potevano prendere parte alla messa celebrata nella rotonda. A loro confida: «Alla mia età vengono le cataratte agli occhi e non si vede bene la realtà . L’anno prossimo devo fare l’intervento».

Il cappellano, padre Vincenzo Trani ha scelto 12 carcerati provenienti da sette paesi per il rito della lavanda, un gesto emblematico che evoca quello che Gesù fece ai discepoli per sottolineare lo spirito di servizio del sacerdozio. Solo quattro sono italiani, gli altri sono filippini, marocchini, un moldavo, un colombiano, uno nigeriano e uno proveniente dalla Sierra Leone. Otto di loro sono di religione cattolica; due musulmani; uno ortodosso e uno buddista. Terminata la messa il Papa ha incluso nella sua agenda l’incontro con i detenuti sistemati nella VIII sezione, l’ area di prima accoglienza dove vengono fatti anche i controlli sanitari, psicologici, dove si verificano tossicodipendenza e alcol-dipendenza.

A Regina Coeli, storico istituto penitenziario perennemente sovraffollato e pieno di problemi, furono rinchiusi in passato anche molti antifascisti e partigiani, tra cui Antonio Gramsci e Sandro Pertini. Lo spazio dietro le sbarre è angusto, e i radicali denunciano ciclicamente la mancanza di misure sufficienti per evitare di incorrere nella Corte di Strasburgo.

Papa Francesco dopo la messa ha preso il microfono e parlato a braccio ai detenuti, mettendo in luce le difficoltà che a volte presenta la vita. «Non fatevi prendere dalla stristezza e non buttatevi giù, non bisogna lasciarsi andare. Bisogna pensare al rinnovamento interiore, alla speranza di poter ricominciare, di essere reinseriti. Una speranza che farà bene a tutti. Ogni pena deve essere aperta all’orizzonte della speranza, per questo non è umano né cristiana la pena di morte. Ogni pena deve essere aperta al reinserimento».
 
 
Giovedì 29 Marzo 2018, 18:56 - Ultimo aggiornamento: 30-03-2018 18:08
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