Ricette elettorali
il vero buco

di Oscar Giannino

I fatti diranno se sbagliamo. Ma abbiamo come la sensazione che sia infondata, l’attesa molto diffusa nei media di un possibile tracollo elettorale per lo scandalo dei mancati versamenti di parlamentari del Movimento 5 stelle al fondo per le piccole e medie imprese a cui vanno devoluti i tagli del proprio compenso. Certo, è la regola fondante di quella comunità politica, per dare dimostrazione tangibile del fatto che i cinquestelle sono “altri e diversi” rispetto ai vecchi partiti, e che in attesa di tagli significativi ai costi della politica intanto gli eletti del Movimento rinunciano a quanto altri non sono affatto disponibili a rinunciare. Oppure, se lo fanno, finanziano il proprio partito come per antica tradizione gli eletti del Pd, non un fondo destinato alle imprese come i cinquestelle.
Certamente, l’effetto sorpresa e delusione c’è tutto. È innegabile. Cominciando dall’onestà, bandiera storica e primigenia di Beppe Grillo: perché è il manifesto dolo di alcuni parlamentari pentastellati, beccati ad annullare i bonifici dopo averne documentato l’effettuazione, a far crollare come un castello di carte l’idea che i cinquestelle siano un’adamantina armata immune dalle tentazioni e dalle violazioni delle regole che si manifestano più o meno diffusamente in ogni comunità umana. 
Eppure, da una parte i cinquestelle hanno per così dire perso per sempre la verginità etica con la vicenda dei falsi rimborsi, dimostrando non solo di non essere in grado di escludere a tavolino i vizi umani ma altresì di non avere affatto sistemi di controllo e certificazione atti a impedirne le malefatte. 

 

Un difetto essenziale per un movimento nato sul mito della rete, di internet e delle nuove tecnologie, rivelatesi poi non troppo avanzate né tanto essenziali, come da anni dimostrato dalle imperfezioni evidenti delle piattaforme tecnologiche su cui il Movimento è migrato nella sua storia, sotto il permanente ferreo controllo del Gruppo Casaleggio. Dall’altra parte, è fin troppo evidente che la base elettorale dei cinquestelle potrà comunque continuare a credere che d’accordo, anche nel movimento ci sono le mele marce, ma almeno vengono cacciate su due piedi quando identificate, mentre gli altri partiti continuano comunque spensieratamente nelle loro vecchie prassi. Non si tratta di dire se sia vero o no, si tratta del fatto che come logica di comunicazione ha la sua presa. Esattamente come il blocco elettorale cinquestelle non ha subito nel tempo crolli improvvisi per i cattivi risultati di governo locale a Roma: tanto si può sempre dire che il disastro della Capitale, del suo mostruoso debito e della devastata condizione delle sue municipalizzate, sussiste in quanto costruito ed ereditato da vent’anni di malgoverno di destra e sinistra alternatesi in Campidoglio.
Diciamoci la verità. Più che dai mancati rimborsi, sarebbe bello pensare che cittadini e classi dirigenti si preoccupassero d’altro. A partire dal quel mix di paternalismo e statalismo, più deficit e insieme promesse irreali di tagli di spesa, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero, nazionalizzazioni e irreali obiettivi energetici, che costituiscono l’ossatura del programma economico presentato dai cinquestelle in campagna elettorale. Sarebbe molto bello, ma è purtroppo irreale. Ieri il professor Roberto Perotti ha stimato in 63 miliardi il disavanzo potenziale del mix di proposte, ma lui per primo ammette che il calcolo è del tutto approssimativo. Come il Pd ha contestato per almeno 18 miliardi di troppo la sua precedente stima di 54 miliardi di disavanzo del programma renziano. 
Ecco, la vera nota dolente di questa campagna elettorale è rappresentata dal fatto che la legge elettorale voluta da Pd e Forza Italia, tornando a una logica per due terzi proporzionale, ha inevitabilmente rapinato ogni centralità e importanza alla credibilità e sostenibilità delle proposte programmatiche. Tutte e tre – centrodestra, Pd e cinquestelle – sono un velleitario impasto di promesse lunari, contestazioni di regole europee, decine e decine di miliardi di minori entrate e tagli di spesa mai visti nella realtà italiana, incatenata dai mille interessi diffusi che i governi esitano pervicacemente a scalfire quando si tratta di passare dalle parole ai fatti. 
Purtroppo, non è colpa dei cittadini. È la politica ad aver scelto una legge elettorale con queste caratteristiche. Il vero torto semmai è delle classi dirigenti, a cominciare da quelle imprenditoriali e finanziarie, che hanno scelto di assistere a questo scempio di credibilità senza decidersi a levare alte voci di allarme e protesta, richiamando la dura realtà di un Paese che non può permettersi fughe nei sogni. Perché tra poco lo scudo della Bce al nostro troppo ingente debito pubblico verrà meno. E noi restiamo un Paese a bassa produttività, bassa partecipazione al mercato del lavoro, demografia compromessa, troppo asimmetrico tra Nord e Sud, e con un welfare troppo concentrato sulle pensioni e per niente o quasi su giovani, famiglie e chi ha meno. 
La disonestà di alcuni parlamentari cinquestelle è una nuova macchia, che si aggiunge su una coperta già di suo troppo lorda. E comunque drammaticamente corta, nella forbice irreale che si apre tra la narrazione favolistica dei programmi e la dura realtà che vivono milioni di italiani, quando ancora ci mancano 5 punti di Pil e quasi ben 19 punti percentuali di produzione industriale in meno rispetto al 2008.
Mercoledì 14 Febbraio 2018, 08:18
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