Pd, Orlando rompe la tregua. Martina si dimette da ministro

È una tregua fragile, quella siglata nel Pd nella direzione che ha aperto la stagione post-renziana. Andrea Orlando lo dice chiaro e tondo, quando definisce un'«apertura di credito» quella data al reggente Maurizio Martina e «centrali» le responsabilità di Matteo Renzi nella sconfitta. E dalla sua area in serata già trapela un messaggio bellicoso: «Se saranno scelti capigruppo come Rosato e Marcucci, la minoranza non sosterrà più il mandato di Martina».

Il reggente, riunendo i segretari regionali del partito, mette al centro la ritrovata «unità» e propone di ripartire
dall'apertura dei circoli e dal tesseramento. Vengono anche congelate le dimissioni dei segretari regionali in attesa dei congressi in autunno. Il reggente definisce inoltre Renzi «una risorsa» e blinda il proprio impegno al Nazareno con le dimissioni da ministro dell'Agricoltura, dicastero per il quale Gentiloni assume l'interim. Ma non è detto che basti: siamo tutti in difficoltà - ammette una fonte Dem - nella guerra di posizione in corso, è alto il rischio che l'equilibrio salti.

Perciò in queste ore si sta lavorando a una mediazione sui capigruppo. Renzi, osservano le altre aree del partito, ha una presenza importante nei gruppi. Dall'ex segretario non si prescinde. E per tradizione si è sempre evitato di andare alla conta (con voto segreto) sui capigruppo, per evitare di indebolirli in partenza. Perciò si tratta. In area renziana circolano le ipotesi di Ettore Rosato o Lorenzo Guerini alla Camera e di Andrea Marcucci o Teresa Bellanova al Senato.

Guerini e Marcucci sembrano riscuotere il maggiore consenso nella maggioranza (renziana e non renziana) del partito. Ma due elementi complicano i giochi: il coordinatore potrebbe aspirare al ruolo di segretario, in assemblea ad aprile, dopo che Graziano Delrio ha dichiarato di non essere disponibile (con Guerini, si citano i nomi di Martina e di Matteo Richetti), mentre Marcucci potrebbe correre per il ruolo di vicepresidente del Senato. Non solo: la minoranza vuol dire la sua e torna alla carica anche nella richiesta di un coordinamento collegiale che affianchi la segreteria. Orlando ribadisce che il Pd dovrebbe entrare anche nel gioco delle presidenze delle Camere. E fonti orlandiane fanno trapelare un no netto a Marcucci capogruppo.

Ma questo è solo uno dei fronti aperti. Il fatto che i renziani per primi abbiano fatto trapelare la disponibilità a un governo di scopo sostenuto da «tutti», viene letto come una fuga in avanti dell'ex segretario per tenere l'iniziativa. Niente affatto, ribattono i renziani: la linea è opposizione e non esiste neanche l'ipotesi - che dovrebbe vedere il Pd unito per realizzarsi - di appoggio esterno a un governo di centrodestra.

Tra i Dem ad oggi lo scenario su cui si puntano più fiches è proprio quello di un governo di scopo: a Mattarella sarebbe difficile dire no anche se per il Pd si aprirebbe comunque una stagione difficile perché, osservano diverse fonti, se lo scopo fosse fare la legge elettorale, i Dem potrebbero trovarsi nella morsa di una maggioranza M5s-Lega. L'alternativa, però, non è allettante per un partito in affanno: «Tornare alle urne - dichiara Gianni Cuperlo - sarebbe un errore drammatico». 

 
Martedì 13 Marzo 2018, 22:01 - Ultimo aggiornamento: 14-03-2018 09:32
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