Migranti, Gentiloni a Praga: «Allarme umanitario ma ora forti con Libia»

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L'Italia è determinata a scalfire il muro di no al ricollocamento dei migranti innalzato dai Paesi dell'Est Europa. È questo il messaggio che Paolo Gentiloni porta al primo ministro ceco Bohuslav Sobotka e, attraverso di lui, al quartetto Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Polonia), i duri d'Europa sull'immigrazione. Solo ieri la Corte di Giustizia Ue ha affermato il dovere di «solidarietà» di tutti i Paesi europei nell'accogliere i richiedenti asilo che arrivano alle frontiere di Italia e Grecia. E oggi Roma è un pò più forte: «Quella decisione va rispettata, è vincolante per tutti», dice Gentiloni nel corso di una visita istituzionale che lo porta prima a Lubiana poi a Praga.

A chi dice no, incalza Matteo Renzi, devono essere tolti i fondi del bilancio Ue. Ma per ora, neanche di fronte allo spettro di sanzioni, i Paesi Visegrad recedono. Lo dice a Gentiloni il più 'morbidò dei quattro, il socialdemocratico Sobotka, in un colloquio lungo più di un'ora. La Repubblica Ceca all'Italia offre aiuto nell'addestramento della Guardia costiera libica e l'impegno in Africa, con un milione di euro per un progetto in Costa d'Avorio. Ma, complice un'accesa campagna elettorale per il voto del 22 ottobre, il no di Praga all'accoglienza è perentorio. Il premier fa tappa in mattinata a Lubiana, dove con il primo ministro sloveno Miro Cerar condivide le problematiche di due Paesi di frontiera. «I risultati della nostra politica, con il sostegno dell'Ue, si vedono, con la riduzione degli sbarchi», sottolinea. Ma l'unico modo per «rendere definitivi» i risultati è «europeizzarli il più possibile».

Ed è sempre lì la nota dolente: l'impegno dei singoli Paesi. La sentenza di ieri «è importante», sottolinea, perché nel metodo le decisioni di Bruxelles «vanno rispettate» e nel merito «il principio di solidarietà alla base delle 'relocation' è stato confermato». L'obiettivo "grosso" dell'Italia è ora rivedere gli accordi di Dublino sulla richiesta di asilo ai Paesi di primo approdo: sul punto si sono registrati «passi avanti» nel vertice con Francia, Germania e Spagna a Parigi. La speranza della diplomazia italiana è che dopo le elezioni tedesche di fine settembre si possano fare ulteriori progressi. Ma il segretario del Pd Renzi suona la carica di chi crede che serva la linea dura: bisogna «punire» chi non accoglie con un taglio delle risorse del bilancio Ue perché se «vogliono costruire i muri» devono farlo «senza i fondi italiani», torna a ribadire.

Ancora ieri però il presidente ceco Milos Zeman affermava che Praga preferisce pagare le sanzioni piuttosto che rispettare le quote. Nell'incontro del pomeriggio a Praga con Gentiloni i toni di Sobotka sono più morbidi. Ma la sostanza non cambia. No alle «relocation», ma «collaborazione» nell'impegno umanitario in Africa. Un impegno che il presidente del Consiglio dichiara di apprezzare, garantendo a tutti i Paesi Visegrad che «collaborare si può» e che l'Europa a più velocità non segnerà una frattura tra Est e Ovest. Ma sui ricollocamenti, dichiara Gentiloni, l'Italia non recede. Perché sono un tassello di una strategia complessiva sull'immigrazione che prevede insieme lo stop ai flussi e l'impegno per il rispetto degli standard umanitari: «Mai come oggi abbiamo la possibilità di chiedere e ottenere» da Tripoli un impegno sui diritti, assicura Gentiloni nel giorno della denuncia di Msf sulle condizioni nei campi in Libia.
Giovedì 7 Settembre 2017, 18:40 - Ultimo aggiornamento: 08-09-2017 08:51
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