Migranti, emergenza sottovalutata da tempo

di Paolo Graldi

«Ero straniero e non mi avete accolto», rilancia il Vangelo secondo Matteo (25/43), il cardinal Ravasi, voce colta della Chiesa osservando l’Aquarius là ferma in mezzo al mare con suo carico di 629 uomini, donne e bambini. 

E la polemica s’infiamma su quel “non” aggiunto.  Il caso della nave tedesca fermata dall’indisponibilità di Malta di accettarne l’attracco e la chiusura dei porti decisa dal ministro dell’Interno Salvini ripropongono tutt’interi gli elementi di una crisi che diverrà nuovamente acutissima con la facile previsione di una nuova ondata di gommoni e barconi buttati allo sbaraglio nel Mediterraneo. La sequenza di tornate ha tastato il polso assai più dei sondaggi all’opinione pubblica sicché quel «non avete accolto» s’infrange al cospetto di un sentire comune di segno contrario. 

Abbiamo, semmai, accolto troppo e male. Negli anni passati le ondate migratorie dapprima dall’Albania e poi dall’Africa hanno mostrato una disponibilità all’accoglienza miope, priva di una strategia capace di governare i flussi sempre più intensi e variegati nella composizione. 

Si è pensato furbescamente che fossimo un paese di passaggio, che quella gente avesse altre mete, al nord, che non imporre i controlli neppure sull’identità personale e di provenienza fosse un escamotage per rendere quelle masse invisibili, veri fantasmi, ombre silenziose in transito, inoffensive e disponibili ad andarsene senza lasciare traccia. 

Neppure quella digitale. I trafficanti di uomini hanno fatto il loro lurido lavoro come se non esistessero frontiere, lanciando il messaggio che, a parte i rischi del viaggio, già evidenti per i mezzi adoperati, i pericoli fossero minimi perché i soccorsi sarebbero arrivati subito, dopo poche miglia. 

Le migliaia di annegati li ha cancellati il mare, inghiottendoli. Gli scafisti, traghettatori dei viaggi della speranza e della morte, a lungo, sono sfuggiti alla cattura e alla galera e pochi alla fine pagheranno per i delitti commessi. Poi, con l’ampliarsi del fenomeno, è arrivato il business, subito utilizzato da menti criminali (Mafia capitale) nella rete di accoglienza pelosa, assieme ai centri di raccolta, divenuti ben presto un misto di carceri a cielo aperto, luoghi per la selezione della manovalanza delle mafie, delle reti di spaccio. E quando il governo ha cercato di correre ai ripari sperando di poter trasformare l’accoglienza forzata in inclusione verso la società ancora non ostile ancorché guardinga e timorosa, ci si è accorti che in molti casi era ormai troppo tardi. 

È parso chiaro allora che si stava costruendo un accerchiamento, che un finto malinteso di solidarietà generalizzata, senza filtri, senza regole, senza doveri da rispettare si era tradotto in un gigantesco problema. Epocale il fenomeno, epocale anche il disastro che ne è derivato, rischiando noi di diventare stranieri in patria per eccessiva cedevolezza alle pur vere esigenze umanitarie. 

Lo spirito del tempo ci dice che gli stessi terremotati, puntualmente visitati dalle autorità, lamentano un pericoloso parallelismo: pensate solo agli immigrati e non a noi. Magari questo è vero, anzi, non è vero così come però è vera la vulgata tra chi ha perso tutto, parenti e casa. Ci sono responsabilità dei passati governi non ancora sanate, faccia eccezione per la gestione del Viminale di Marco Minniti. L’ex ministro ha pagato salato il suo piano di blocco delle partenze e degli arrivi, le sue decisioni, la netta inversione di tendenza che aveva prosciugato il fenomeno del 75 per cento. 

Nella società diffusa, specie nelle periferie, nei piccoli centri, lo sciame umano in cerca di un lavoro inesistente finisce spesso nella richiesta di una elemosina dura da conquistare per effetto di una diffidenza e di una distanza generalizzate. Episodi anche assai gravi, come la morte di Pamela, la ragazza romana drogata, uccisa e fatta a pezzi a Macerata e il successivo raid omicida di uno sciagurato che si è messo a sparare alle persone di colore incontrate sul suo cammino rappresentano punte di un iceberg ancora inesplorato. Mille e mille episodi, che la cronaca nera non rileva neppure più, hanno contribuito al diffondersi di una paura rabbiosa. 

Non razzista, non xenofoba. Gli italiani non sono, convintamente, né per l’una né per l’altra posizione. Sono piuttosto furiosi per un senso di impotenza e di invasione incontrollata. 

Giardinetti creati per un momento di sosta per anziani e bambini letteralmente espugnati da bande di spacciatori di colore, ingaggiati come pusher di prima linea, aggressivi e feroci essi stessi vittime di meccanismi micidiali. La dispersione sul territorio ha prodotto la spietata caccia all’alloggio e la conseguente paura di chi ce l’ha di perderlo, preteso da chi non ne ha diritto. 

E poi il fenomeno del branco, in periferia ma anche nelle grandi città: luoghi pubblici trasformati in territori di frontiera, dove regna la legge del più forte, in assenza di un’autorità presente e vigilante. A Roma, a piazza Vittorio Veneto, il quartiere si è ribellato, sono nate coraggiose associazioni di residenti per combattere lo spaccio arrogante e disinvolto. Intere zone espropriate dal crimine, pur contrastato con determinazione dalle forze dell’ordine. 
Era nel conto che una emergenza liquida, dilagante avesse riflessi sulle determinazioni politiche, sul voto, portando consensi a chi ha saputo intercettare e mettere nel proprio megafono questo disagio diffuso e penetrante. L’esasperazione si è trasformata in una fabbrica del consenso che ha pagato in termini elettorali fino a scompaginare l’intero assetto politico nazionale, marginalizzando chi non ha saputo cogliere la crescita di un malumore nel quale hanno avuto un ruolo anche i luoghi comuni, le balle a buon mercato, le esagerazioni strumentali. 

Si dovranno dare risposte adeguate anche allo scandalo del caporalato (la legge c’è pochi la applicano), ed agli fenomeni di sfruttamento intensivo degli immigrati, pagati come schiavi e trattati come cani randagi. La parte buona dell’immigrazione va rapidamente integrata, aiutata non a sopravvivere ma a trovare un inserimento in una società che deve imparare l’accoglienza autentica e non di maniera.

Tutti elementi che hanno poi trovato interpreti interessati e famelici. Torma di stretta attualità, con il problema dei porti chiusi e degli sbarchi immanenti, il problema di come affrontare il futuro prossimo venturo, con una comunità europea sorda e distratta, poco incline a farsi carico di un problema chiaramente continentale, di tutti i paesi membri. Sarà a Bruxelles che la voce italiana dovrà trovare ascolto e la traduzione dei nostri diritti in fatti concreti. La posta in gioco è altissima e il tempo stringe.
Martedì 12 Giugno 2018, 08:23
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