Fondi Ue, sgravi e cantieri: l'Italia che non sa spendere

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di Nando Santonastaso

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L'ultimo in ordine di tempo ad aver dovuto confermare l'esistenza del problema è stato il nuovo ministro dell'Economia Giovanni Tria. Presentando il nuovo accordo di partenariato pubblico-privato, annunciò che nel bilancio dello Stato sono previsti 150 miliardi in 15 anni per gli investimenti pubblici già scontati nel deficit. Di essi ben 118 miliardi sono immediatamente attivabili ma «procedure complesse e capacità progettuale insufficiente» allungano a dismisura i tempi per il loro utilizzo e dunque per la realizzazione delle opere. Per la messa in pratica di interventi che costano sotto i 100 mila euro ci vogliono in media non meno di due anni, ma si arriva a 15 anni per le opere che superano i 100 milioni. Basta farsi un giro sulla banca dati «Visto» dell'Agenzia per la coesione territoriale, di cui da pochi giorni è nuovo responsabile Antonio Caponnetto, per averne un'idea a dir poco esauriente. Questi dati fotografano in maniera chiara perché in Italia tra l'annuncio della disponibilità di risorse e la loro utilizzazione passa più di un oceano.

Non è un fenomeno limitato al Mezzogiorno come si potrebbe ritenere a prima vista, sulla scia di un battage politico-strumentale che individua nei ritardi e nelle inadempienze politico-amministrative del Sud la causa principale del divario. Lo si può sottolineare anche nel giorno in cui da Bruxelles arriva l'aggiornamento trimestrale sui fondi europei spesi. La Commissione segnala che nonostante l'accelerazione degli ultimi mesi l'impegno di spesa delle risorse 2014-2020 dell'Italia per il 2018 resta in ritardo rispetto alla media europea (54% contro 62%) e che la spesa certificata, quella cioè effettivamente sostenuta finora, non supera il 13% con punte più basse al Sud. È vero come abbiamo ripetuto fino alla noia che i ritardi sono figli in particolare delle lunghe procedure di chiusura dei rendiconti 2007-13 e che finora l'Italia non ha dovuto restituire un euro all'Europa da quando sono nati i fondi strutturali. Ma che il dato sia la spia di una tendenza non proprio brillante è fuori discussione anche se poi, gratta gratta, si scopre che il Paese ce l'ha quasi per vizio di non riuscire a spendere tutti i soldi di cui pure dispone.
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Sabato 8 Settembre 2018, 08:00 - Ultimo aggiornamento: 08-09-2018 12:55
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