I leader dei partiti nel vicolo cieco

di Massimo Adinolfi

Il secondo giro di consultazioni non ha cambiato di molto i termini del problema. È vero che i colloqui con Mattarella sono stati preceduti dall’intesa fra Cinque Stelle e Lega sul nome del Presidente della commissione speciale della Camera, il leghista Molteni, ma si è trattato, nelle dichiarazioni dei protagonisti, solo di una intesa istituzionale: l’intesa politica ancora non c’è.

Di Maio è tornato a chiedere un passo di lato a Berlusconi, Salvini ha rivendicato anzitutto l’unità di intenti del centrodestra. Per il capo dei Cinque Stelle è incomprensibile l’ostinazione di Salvini; per Salvini sono i grillini a non mostrare senso di responsabilità. Di Maio non chiude le porte al partito democratico, e ribadisce che la proposta del contratto alla tedesca, e il lavoro sul programma, è finalizzato a un confronto sia con la Lega che col Pd (anche se «il Pd non sta aiutando», mentre con la Lega «il Parlamento sarebbe subito operativo»). Salvini invece non contempla ipotesi subordinate: esclude ancora una volta sia l’accordo coi democratici, che di formare un governo senza aver prima definito chiaramente i contorni della maggioranza parlamentare. Sono l’una e l’altra tattiche dettate dalla situazione: Di Maio prova a ventilare ipotesi alternative per far pressione su Salvini; Salvini, al contrario, le ipotesi alternative le deve bocciare sonoramente per scoraggiare quanti, dentro Forza Italia, spingono per incarichi «istituzionali». E tutti e due provano a gettare sull’altro l’eventuale colpa di un avvitamento senza soluzione della crisi, e di nuove elezioni.

L’unica novità della giornata è forse rappresentata dall’impiego della lingua dei segni all’uscita delle delegazioni dal Quirinale. Non che vi fosse, per la prima volta, un interprete. 

Ma c’era Berlusconi, al quale riusciva difficile rimanere nella parte che il copione gli assegnava: quella di stare, composto e silenzioso, di fianco al leader della coalizione. Così, prima ha dato lui la parola a Salvini, volendo con ciò ridurlo a semplice speaker del comunicato steso insieme, chiedendogli solo di darne lettura. Poi, quando Salvini ha preso la parola, non ha mai smesso di sottolineare, con una mimica fin troppo eloquente, i passaggi del discorso: contando sulle dita i punti del programma, muovendo il capo e le mani, mostrandosi serio e grave quando si trattava della Siria e disinvolto e sicuro invece quando si trattava di ribadire l’unità del centrodestra. Il Cavaliere – è chiaro – non sa fare la spalla: prova sempre a prendersi tutta la scena. Questa volta c’era però un di più di intenzione: la volontà di mostrare quanto forte rimanga la sua presa sulla linea politica decisa insieme con gli alleati.
Il che vuol dire che così non è. E del resto, appena Salvini ha lasciato il microfono, Berlusconi ne ha approfittato per una breve dichiarazione diretta contro i Cinque Stelle, che «ignorano l’Abc della democrazia». Di Maio ha forse ragione, allora, quando afferma che nonostante le apparenze il centrodestra è «tuttora diviso». Il fatto è che quella divisione non è profonda abbastanza perché la coalizione si spezzi. E non per lealtà, cavalleria, o fedeltà al mandato elettorale. È ormai chiaro a tutti, infatti, e non dovrebbe essere difficile spiegare agli elettori, che la ricerca di un accordo fra forze diverse è inevitabile. No, il punto è un altro: che Salvini, senza Forza Italia, vale in termini di voti e seggi la metà dei Cinque Stelle. 

Ora, così stando le cose, non restano molte strade: il ritorno al voto, sempre possibile e che il Capo dello Stato ha il dovere di provare fino all’ultimo ad evitare (anche perché non è chiaro come potrebbe modificare gli equilibri, col rischio di riproporre dunque l’attuale stallo). Oppure un governo del Presidente, con un mandato limitato, formato da personalità fuori dai partiti: è una soluzione, però, da cui proprio i partiti vincitori, che dovrebbero portarne il peso maggiore, hanno tutto da perdere, dovendosi accollare gli oneri del governo senza poterne occupare le posizioni. O infine un cambio di strategia, qualcosa che spinga i Cinque Stelle a rinunciare al veto assoluto nei confronti di Forza Italia e/o che consenta alla Lega di prendere le distanze da Forza Italia. Nella prima Repubblica, che è vissuta a pane e proporzionale e che ha sperimentato formule di compromesso varie e diverse, era il partito maggiore che faceva i sacrifici più grandi. Le forze minori finivano con l’essere sovrarappresentate in cambio della loro disponibilità a far nascere il governo. Probabilmente, l’unica maniera per non andare a sbattere è questa: i Cinque Stelle non possono pensare di ottenere insieme la guida dell’esecutivo, la riduzione della Lega a junior partner e il centrodestra spaccato.

Ma ci vuole una certa maturità politica per provarci davvero. Non limitandosi a rivendicare di essere arrivati primi, ma costruendo sul piano programmatico un’intesa che Forza Italia potrebbe aver difficoltà a digerire (sulla giustizia, ad esempio, o sui migranti, o in materia di conflitto di interessi). E fare poi alla Lega, in termini di composizione del governo, una di quelle offerte che non si possono rifiutare.

Venerdì 13 Aprile 2018, 09:30
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1 di 1 commenti presenti
2018-04-13 15:24:40
Nella "terra dei cachi" ,tra ignoranza e "super io" berlusconiana ed egoismo e vendetta della sinistra(tanto il partito pd è finito,farebbero bene a scioglierlo) si impedisce di dar vita ad un governo !

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