Sicilia, alle urne in 4,6 milioni: affluenza al 46,76%. Testa a testa Musumeci-Cancelleri

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Il risultato è virtuale fino alle 8 di domani mattina quando comincerà lo spoglio ma la posta in gioco a livello regionale e anche nazionale è reale. E altissima per tutti i partiti che puntano a vincere tra pochi mesi la corsa per Palazzo Chigi. Secondo gli exit poll, il candidato di centrodestra Nello Musumeci vince con una forbice tra il 36 e il 40%, seguito dal 5 stelle Giancarlo Cancelleri con il 33,5-37%. Chiarissima e pesante è la sconfitta di Fabrizio Micari, candidato del Pd e di Ap, che sta tra il 16 e il 20 mentre la neonata sinistra unita si conta per la prima volta con Claudio Fava e raggiunge un risultato tra il 6 e l'10. Di certo, per ora, c'è il dato dell'affluenza, al 46,76% al termine della giornata: meno della metà dei siciliani si è recata alle urne. Nel 2012 aveva votato il
47,41%.

Una partita importante per gli equilibri dell'isola che cambia maggioranza e governatore dopo i 5 anni di Rosario Crocetta. A Palazzo D'Orleans, 5 anni dopo la sconfitta, andrà Musumeci, fortemente voluto da Giorgia Meloni e Matteo Salvini e accettato da Silvio Berlusconi per evitare una rottura che poteva costare ancora una volta la sconfitta al centrodestra. Ed invece, tra arancini e abbracci più o meno sinceri, il centrodestra torna alla guida della Sicilia e la vede come trampolino di lancio per la vittoria delle elezioni politiche. «Cauto ottimismo», non si sbilancia Musumeci. Il Cavaliere può vantare il ruolo di guida della coalizione con un risultato di lista tra l'11 e il 16 anche se lo sbarco di Salvini nell'isola è determinante per la vittoria del centrodestra. «La cosa certa è che il governo è stato sfiduciato dall'80% dei siciliani. Ora scioglimento del Parlamento ed elezioni subito», esulta il leader leghista. Il calo dei votanti, invece, secondo M5S, ha danneggiato Cancelleri, anche lui alla seconda corsa da governatore nell'isola.

Anche qui la posta in gioco nazionale è altissima: conquistando la prima Regione, Luigi Di Maio voleva superare il banco di prova da candidato premier mettendo a tacere gli ortodossi. Ma il risultato è comunque positivo e i grillini possono dimostrare che la campagna capillare, casa per casa, con la presenza di tutti i big, Beppe Grillo incluso, paga. E la sfida per Palazzo Chigi è apertissima. «Un dato fantastico, eravamo soli contro le accozzaglie», è il primo commento del grillino Ignazio Corrao. Va male, invece, il rettore Micari, scelto da Matteo Renzi accogliendo la proposta di Leoluca Orlando e convincendo Angelino Alfano. «Una sconfitta annunciata e indiscutibile» non si nasconde Lorenzo Guerini. La rottura con la sinistra di Fava danneggia, ma non in modo determinante, il centrosinistra prefigurando una divisione tra i dem e egli ex Mdp difficilmente sanabile a livello nazionale.

Delude, secondo gli exit poll, il risultato del rettore ma anche il Pd sarebbe in calo rispetto alla percentuale del 13,4% di 5 anni fa con una forchetta tra l'8 e l'13%. Un risultato che rischia di aprire una resa dei conti interna al partito a pochi mesi dalle politiche, con la minoranza che chiede una maggiore collegialità nelle decisioni e arriva a mettere in discussione il ruolo di Renzi come candidato premier. E che non aiuta la stabilità del governo Gentiloni alla vigilia dell'iter alle Camere della manovra. Anche perchè il commento a caldo del renziano Davide Faraone è al vetriolo contro il presidente del Senato: «Micari ha avuto il coraggio di candidarsi che Grasso non ha avuto». Parole che riaprono lo scontro con i bersaniani: «Ecco l'arroganza dei renziani», replica Miguel Gotor. L'unica consolazione, magra, di Renzi è di non essere arrivato quarto dopo i 'Cento Passì di Claudio Fava, che ha aggregato i bersaniani con la sinistra di Nicola Fratoianni raggiungendo forbici ancora troppo aperte: tra il 6, non un exploit, e l'11.
Domenica 5 Novembre 2017, 01:09 - Ultimo aggiornamento: 06-11-2017 08:48
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