Bonino e la guerra in Siria: «Rischio massacro di civili ad Idlib»

di Nando Santonastaso

Una escalation della guerra in Siria dopo il raid di Usa, Francia e Gran Bretagna è possibile, avverte Emma Bonino, già Commissaria europea e ministra degli Esteri, leader neo eletta di +Europa al Parlamento dopo il 4 marzo. E lancia l'allarme perché si eviti a tutti i costi un nuovo, probabile massacro di civili a Idlib, la città della Siria nord-occidentale al confine con la Turchia che potrebbe essere il prossimo obiettivo del conflitto.
 

Ma lei, intanto, che idea si è fatta delle presunte armi chimiche utilizzate dal regime di Assad a Douma?
«Non ho accesso ad alcuna informazione particolare su quello che è accaduto. Ma io mi preoccuperei più del futuro che di quello che è stato. E lo ribadirò martedì prossimo al Senato quando l'attuale presidente del Consiglio riferirà in aula sugli ultimi avvenimenti in Siria. Di sicuro oggi la cosa più drammatica della guerra è che la griglia degli interessi nel Paese è diventata inestricabile e quasi illeggibile, tanto è complicata. Se volessimo guardare indietro andrebbe ricordato che nessuna potenza occidentale, quando iniziò sette anni fa il conflitto siriano, voleva replicare quello che era già accaduto in Libia. Ma è stato l'Occidente, e non solo, a dare appoggio esterno a tutte le forze che dall'interno volevano combattere il regime di Damasco, compresi i movimenti terroristici legati all'Isis, esattamente come era avvenuto in Iraq. Poi sono intervenuti i russi/iraniani e lo scenario è cambiato, in maniera radicale e oggi sul terreno siriano c'è il conflitto più internazionalizzato che si possa immaginare».

Sta dicendo che è difficile recuperare il bandolo della matassa per avviare una vera e propria campagna altrettanto internazionale per la pacificazione di quel Paese?
«Sul campo ci sono russi, iraniani, ezbollah, turchi, americani, israeliani, gruppi terroristici e ovviamente il regime di Assad. Più di così... E intanto in sette anni questa guerra ha creato otto milioni di rifugiati interni, altri cinque milioni di profughi in Turchia, Giordania e Libano di cui circa la metà civili, e duecentomila morti. La pacificazione vuol dire guardare avanti ma temo che la pax siriana finirà, almeno alla luce di quanto sta accadendo oggi, per rafforzare l'ulteriore potenza militare di Assad con il recupero del territorio dei ribelli, grazie al sostegno di russi e iraniani e alla accondiscendenza dei turchi interessati a recuperare i territori oggi controllati dai curdi».

Ma cosa significa guardare avanti, e in quale direzione in particolare?
«Io penso che la prossima drammatica tappa di questo conflitto sarà il tentativo di Assad di controllare e ripulire la zona di Idlib dove sono concentrate le forze dell'Isis, una zona con oltre un milione di abitanti per il cui dominio si rischia una catastrofe umanitaria superiore a quella di Aleppo. Il ministro degli Esteri francese proprio ieri ha lanciato l'allarme per Idlib e io chiederò nel mio intervento al Senato martedì, che l'Italia e gli altri Paesi europei facciano di tutto per evitarlo. Non possiamo cambiare quello che è avvenuto anche nei giorni scorsi, ma dobbiamo impedire altre stragi di civili inermi».

Ecco torniamo al raid dell'altra notte: era veramente necessario?
«È stata una prova di forza senza vie di uscita che non approvo. Trump sapeva già che nessun altro Paese sarebbe stato disposto, e giustamente aggiungo, a coalizioni militari con eserciti da inviare in quello scenario, alla luce di quanto è accaduto in Libia e Iraq. Ma il presidente Usa è uno dei tanti deboli di questo scenario internazionale nel quale tutta la comunità degli Stati è in evidente difficoltà. Quando non si trova un accordo, e per la Siria sono sette anni, alla fine perdono tutti, da Trump ai civili vittime inermi delle bombe. È la sconfitta della politica».

Anche di Putin? Eppure il capo del Cremlino sembra l'unico vincitore di questa fase.
«Lei crede? Io penso che l'alleanza tra russi, turchi e iraniani sottintenda interessi divergenti a proposito del futuro scenario siriano. I turchi, come ho detto, puntano a sottrarre ai curdi i territori da loro abitati, l'Iran vuole regolare i conti con l'Arabia Saudita, Putin ha altri interessi geopolitici. In questo momento mi pare difficile vedere un vincitore assoluto».

Ma come si salva Idlib se l'Unione europea non ha peso e l'Onu è bloccata dai veti reciproci del Consiglio di sicurezza?
«Per favore finiamola di addossare colpe all'Ue: se manca una politica estera comune è perché non la vogliono i singoli Stati membri. Del resto la politica estera è sempre stata di strettissima competenza degli Stati nazionali. Quanto all'Onu è vero, i veti esistono, l'ultimo è quello dei russi che ha impedito l'invio degli ispettori incaricati di verificare la presenza delle armi chimiche. Io non vedo soluzioni facili e vittoriose, ma non sono certamente le azioni militari la strada per garantire un processo di pace. Oltretutto la storia insegna che con tante armi in mano alla popolazione civile si stenterà non poco a trovare una convivenza duratura. Ed è per questo che il rischio di una escalation esiste e che non si può fare finta che niente sia accaduto. Idlib richiede un intervento immediato, a cominciare da un impegno forte e concreto del Consiglio dei ministri degli Esteri dell'Ue che si riunisce domani (oggi, ndr). Ma penso anche che sul conflitto debbano intervenire la Corte internazionale, il diritto penale, tutto, insomma, fuorché ancora le armi».

E l'Italia? Pensa che il conflitto accelererà la formazione del nuovo governo? E pensa ancora che le forze uscite vincitrici dalle elezioni siano in grado di gestire una fase come questa sul piano internazionale?
«Io credo che in questo momento siamo quattro gatti ad occuparci di Siria. Non mi pare che ci sia una tensione così forte sul tema. Fa quasi più notizia il Vinitaly, per la politica italiana... Viviamo certamente un momento di fragilità sul piano politico e in un sistema proporzionale non si può parlare di un vincitore delle elezioni. La prima responsabilità sicuramente per il nuovo governo spetta alle formazioni che hanno preso più voti, ma non mi sembra che siano in piena sintonia tra di loro e al loro interno. Ho molta fiducia nel presidente delle Repubblica Mattarella, sarà lui ad indicare la soluzione della crisi. Quanto alle competenze di chi andrà al governo non ho la sfera di cristallo».

Berlusconi, fedele all'Alleanza atlantica come lo è anche lei, in una lettera al Corriere della Sera chiede che ritorni il tavolo di Pratica di Mare da lui costruito nel 2002, che permise ad americani e russi di tornare a dialogare e candida il nuovo governo a rilanciare questa mediazione. Che ne pensa?
«Intanto il 2002 era davvero un altro mondo ...e non si fa politica, io credo, con il retrovisore. Se veniamo ad oggi, lei crede veramente che russi e americani abbiano bisogno di noi per tornare a parlarsi?».
Lunedì 16 Aprile 2018, 19:46 - Ultimo aggiornamento: 16-04-2018 19:46
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